Di Giorgio De Zorzi
Nell’età del Bronzo finale e nella prima età del Ferro, nell’area padano-orientale si svilupparono diverse "facies culturali" dalle quali emerse progressivamente il mondo paleoveneto.
La tradizione antica indica gli Euganei come una delle popolazioni più antiche dell’area, ma non è possibile identificarli semplicemente con una precisa cultura archeologica né considerarli come una popolazione che sarebbe stata successivamente sostituita dai Paleoveneti, ma più come un'evoluzione-fusione di molti influssi e culture.
Tra la fine del IX e l’VIII secolo a.C. si afferma infatti la cultura paleoveneta, con i suoi principali centri a Aeste, l’odierna Este, e Padova. La cosiddetta civiltà atestina costituisce una delle più importanti espressioni del mondo veneto e mostra rapporti con le culture dell’Italia settentrionale, con l’area adriatica e con il mondo centroeuropeo, in particolare con la cultura di Hallstatt.
I Paleoveneti svilupparono un’economia fondata sull’agricoltura e sull’allevamento, divenendo celebri anche per l’allevamento dei cavalli e partecipando a importanti reti commerciali, tra cui quelle legate all’ambra.
Nell’area nord-orientale dell’Adriatico il mondo veneto entrò progressivamente in contatto con popolazioni e culture diverse. Verso l’area dell’Isonzo e dell’attuale Slovenia si svilupparono infatti realtà culturali caratterizzate da componenti diverse, nelle quali sono riconoscibili anche elementi che la tradizione archeologica ha collegato al mondo illirico.
La Situla Benvenuti, simbolo dell'arte metallurgica della civiltà atestina, conservata nel locale Museo Nazionale Atestino. La situla è una sorta di coppa di bronzo per usi rituali.
Il territorio compreso tra Tagliamento e Isonzo divenne quindi una zona di contatto e di intensa interazione culturale.
A partire dalla seconda età del Ferro, tra il V e il III secolo a.C., l’area dell’arco alpino orientale e dell’alto Adriatico fu interessata dalla crescente presenza di gruppi di cultura celtica. Nel territorio friulano assumono particolare rilievo i Carni, mentre nell’area alpina orientale sono ricordati dalle fonti anche i Catubrini e gli Ambisontes. La loro presenza non deve tuttavia essere interpretata come il risultato di una singola e compatta migrazione, poiché il quadro archeologico documenta piuttosto un progressivo sovrapporsi e intrecciarsi di popolazioni e tradizioni culturali.
La penetrazione celtica modificò quindi gli equilibri precedenti senza cancellare la presenza veneta. La zona compresa tra Livenza e Tagliamento rappresentò in particolare un'area di transizione, nella quale elementi veneti, celtici e di diversa provenienza entrarono in contatto.
Il Livenza è stato tradizionalmente considerato il limite tra l’area veneta e quella carnica, ma le testimonianze archeologiche mostrano una situazione assai più articolata, con influenze venete che si estendevano verso oriente e una progressiva presenza celtica anche a occidente del tradizionale limite. Le fonti antiche stesse non concordano perfettamente: Strabone poneva il Tagliamento come limite tra Veneti e Carni, mentre Tolomeo sembra collocare il confine più a occidente, fino alla Livenza.
Proprio questa complessa situazione preromana contribuirà a dare al Friuli la particolare fisionomia di terra di incontro tra mondo veneto, celtico, alpino e adriatico, che la successiva romanizzazione non cancellerà completamente.
Tito Livio in quest’epoca indica il Friuli come la Carnorum Regio, la regione dei Carni (da Karn: roccia), popolazione di origine celtica che si stanzierà in una regione ampia che oggi è ricordata dalla Carnia italiana, dalla Carniola slovena e dalla Carinzia austriaca.
La loro sussistenza era garantita dalla caccia e dalla pesca, più che dall’allevamento e dall’agricoltura. Il principale luogo in cui sono stati ritrovati reperti celtici è Raveo, in Carnia. Oltre il Timavo ci sono invece gli Istri, popolazione illirica, che sviluppa maggiormente l’insediamento in castellieri. Imperversavano nell’alto Adriatico anche come pirati.
Ma in Italia, in quell’epoca, un altro popolo si sta velocemente espandendo: i Romani. Questi, dopo aver saldamente in mano l’Italia centrale, tendono ora a spingersi vero Nord. Tra il III e il II secolo a.C. cominciano a fondare colonie nella pianura Padana: Rimini (268 a.C.); conquista di Milano (222 a.C.); Cremona e Piacenza (218 a.C.); Bologna (189 a.C.); Mantova e Parma (183 a.C.).
Negli anni 221-218 a.C., i Romani in alleanza con i Veneti, fanno due spedizioni punitive contro le popolazioni della pianura friulana: i consoli M. Minucio Rufo e L. Cornelio Scipione Asina conducono una dura campagna contro gli Istri, alleati degli Illiri. La campagna sarà continuata dei consoli L. Veturio Filone e C. Lutazio Catulo che otterranno un tributo dagli Histri. Nel 218 avviene una seconda spedizione con l’aiuto di cavalieri veneti contro Celti e Histri.
Nel 186 a.C. un gruppo di circa 12.000 celti Carni, valicarono le Alpi e scesero nella pianura friulana, spingendosi fino al mare e stabilendosi nella zona presso l’odierna Aquileia. Fondarono una città fortificata, che qualcuno oggi indica in Medea.
Considerati una grave minaccia ai traffici verso Nord ed Est i romani intervennero, prima diplomaticamente tramite il pretore della Gallia Lucio Giulio, che cercò di venire ad un accordo e poi, vista la risolutezza dei Galli, energicamente, scacciandoli nel 183 a.C. con un esercito guidato dal console romano Marco Claudio Marcello.
I Galli, infatti, di fronte alle forze romane non opposero resistenza deponendo le armi, che vennero confiscate. Roma, apprezzando questo atteggiamento, alla richiesta dei Galli di riavere le loro armi e i beni, incaricò Lucio Furio Purpurione, Quinto Minucio e Lucio Manlio Acidino, di far restituire loro gli averi a patto che si ritirassero da dove erano venuti e li riaccompagnasero al confine. Così fecero.
Questo evento spinge il senato a decidere di fondare una colonia nella pianura friulana: Aquileia.
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