di Giorgio De Zorzi
La storia di Trieste affonda in un lontano passato. Si presume che risalga attorno al XII sec. a.C. l'origine di Tergeste, il cui nome deriva dalla radice terg, che rappresenta il concetto di “mercato”. In quell’epoca, un popolo risalito dalle terre Mediterranee, aveva scelto questo sito per insediarsi nell’area alto-adriatica, attraversata da piste di spostamento esistenti sin dal Paleolitico. Su dove fosse precisamente il luogo del primo insediamento, destinato a divenire nei secoli un così importante emporio commerciale, si sa poco. Si presume, ma l’ipotesi è incerta, l’esistenza di un castelliere preistorico su qualche altura.
Le pazienti ricerche archeologiche hanno messo in luce avanzi e prove di abitanza in tutte le colline che circondano la città ed è probabile che anche il colle di San Giusto fosse abitato. Sembra che Trieste fosse prima sede di qualche tribù illirca che fu poi soppiantata dai Carni. A questi subentrarono poi gli Istri
Trieste in epoca romana
Trieste fu occupata dai Romani nella guerra che questi fecero contro gli Istri nel 177 a. C. i quali trovarono un piccolo insediamento con misere capanne di pescatori. Essi lo chiamarono Tergeste, costruirono nuovi edifici e, molto probabilmente, questi furono posti dove già preesistevano altri.
I Romani profusero nella “civitas Tergestina” un grande impegno per abbellirla con ville e templi. Fanno fede alcune ville romane scoperte come quella di Barcola, vicino al cavalcavia ferroviario, proveniente dalla fusione di due ville già esistenti. Essa era protesa con un festoso triclinio a semicerchio sulle acque del golfo, Intanto altri nuovi edifici si sostituirono a quelli vecchi e crollanti e furono consacrati alle divinità pagane.
In alto sul Campidoglio si erigeva il tempio della triade Giove, Giunone e Minerva ed è lecito supporre sia quello interrato sotto la navata sinistra della basilica di San Giusto. Atri s’innalzarono a Cerere, Marte, Ercole, agli orientali culti di Beleno e di Giove Dolicheno. Venne poi fortificata da Augusto (33 a.C.).
La città di Trieste assunse una topografia romana con l’incrocio presso l’attuale chiesa di Santa Maria Maggiore dalle due grandi e tradizionali arterie del Cardo Massimo e del Decumano, la prima andava dall’Arco di Riccardo ai limiti bassi di Via Donota, la seconda da Via San Giusto scendeva al Teatro Romano.
Trieste - Scavi del teatro romano nel 1937-38.
La città aveva anche ampie vie di comunicazione commerciale, ad esempio la via per Emona (Lubiana), la via che si spingeva sino a Tarsatica (o Tarsaticum), nella Liburnia, dove si trova l’odierna Fiume (Rijeka), la via che da sopra Trieste toccava il Fons Timavi, passava l’Isonzo presso l’odierno paese di Pieris e conduceva ad Aquileia, quella che si snodava verso Pola, la via Flavia che fu tracciata da Vespasiano che per l’attuale Via dell’Istria si inerpicava sul monte Spaccato.
Si ha notizia anche di attività industriali come ad esempio nel porto di San Sabba, dove si estendeva una follonica cioè una delle grandi tintorie molto in uso presso i Romani, dato il biancore delle loro vesti, e la necessità di conservarle pulite; o in via Bramante, al di fuori delle mura dove vi erano edifici attinenti ad un’attività di fornai.
Importante era l’attività degli artigiani che avevano (come risulta in un epigrafe all’Orto Lapidario) Lucio Papiro Papirianum loro esponente, una specie di soprintendente alle arti. Quinto Ranzio Quirinale era il patrono per la città a Roma e si meritò per questa sua opera un monumento equestre, di cui ora rimane soltanto lo zoccolo di base. Ma un altro zoccolo con ampia e documentata scritta ricorda i grandi meriti di un triestino, Lucio Fabio Severo, al quale fu decretata nel punto più emergente del Foro la massima onoranza che Roma concedeva ai suoi benemeriti: il monumento equestre in bronzo dorato. Egli dopo aver ricoperto cariche importanti dello Stato pur in età giovanissima, ottenne per quei Carni e Catali abitanti ai confini dell’agro triestino che si fossero distinti per censo e per qualità intrinseche, venisse concessa la cittadinanza latina.
La vecchia cinta muraria di Trieste era ormai troppo piccola ed ecco il sorgere altre costruzioni fuori le mura, fra cui il Teatro, con una capacità di seimila persone, il terreno era stato donato da Quinto Petronio Modesto e molti altri cittadini ritiratosi dalle loro mansioni militari e civili dell’Impero, offrirono le loro ricchezze per l’abbellimento della città.
Tra questi ricordiamo Quinto Baieno Bassiano che abbellì il Colle Capitolino con la basilica forense, edificio lungo novanta metri che si protendeva ad arcate ai piedi dell’attuale Castello e comprendeva un Tribunale all’estremità sopraelevata verso via Capitolina e una Curia al termine opposto, oltre alla grande sala centrale per il ritrovo degli uomini politici e d’affari. Publio Palpellio Clodio Quirinale che donò munificamente per l’abbellimento del tempio cittadino. Con queste tradizioni si può ben capire l’attaccamento dei triestini alla loro terra.
Il Cristianesimo a Trieste
Nel territorio di Aquileia incominciò a diffondersi il cristianesimo e più tardi si diffuse anche a Trieste, ma non si hanno notizie precise. Il primo martire triestino sembra sia stato un vecchio diacono di nome Lazzaro sotto il questore Pompeo, ai tempi di Antonino Pio.
Nel 151 segui il giovane Apollinare mandato la martirio dal pretore Lucio. Il 17 novembre 256 furono martirizzate le vergini Eufemia e Tecla. La prima fu accusata dallo stesso sposo al quale aveva negato amore perché pagano. Il supplizio coinvolse pure la sorella.
Nel 284, sotto Numeriano, fu martirizzato il giovane Servolo che abitava in una grotta oggi a lui dedicata. Un’altra vergine, Giustina, fu accusata anch’essa dal suo stesso sposo ripudiato, andò incontro alla stessa sorte. Intanto nell’antica Cilicia moriva per la fede Sergio, il legionario che era venuto a Trieste ed era stato tribuno della XV Legione “Apollinare” dove molti tergestini avevano militato.
Egli aveva conosciuto la comunità cristiana della città ed aveva promesso un segno alla sua presentita morte per supplizio. E questo segno fu immaginato in un’alabarda piovuta dal cielo ed assunta poi ad emblema cittadino.
Un’altra vittima fu il nobile Giusto che nel 303 fu gettato nelle acque del golfo con le mani e i piedi avvinti in ceppi di piombo. Ma il giorno dopo il cadavere riaffiorò, prodigiosamente liberato, presso la riva Gramula, dei compagni di fede lo raccolsero con affettuosa venerazione. Il ricordo dell’ultimo martire rimase nella memoria cittadina a simbolo di tutti coloro che lo precedettero ed egli salì perciò a patrono di Trieste.
Le invasioni barbariche a Trieste
Con la caduta dell’Impero d’Occidente iniziarono le invasioni barbariche che crearono gravi danni e devastarono intere zone, uccidendo e facendo prigionieri migliaia di abitanti. Per fortuna, Trieste non fu assalita nelle prime invasioni, oltre che per la sua posizione, anche perché Aquileia, soprannominata la “seconda Roma”, era una preda più appetibile, per Attila, il flagello di Dio. Egli prese la via della pianura e dopo un lungo assedio, la distrusse.
Più tardi, gli Ostrogoti presero Trieste ma si comportarono con mitezza, e rimasero dal 493 al 539. Quindi seguirono i Bizantini che rimasero dal 539 al 752; per un breve periodo ritornò ai Goti, ma Belisario e poi nel 552 Narsete la riconquistarono per l’impero d’Oriente. I Bizantini rispettarono l’ordinamento romano della città e la difesero dalla furia vandalica dei Longobardi nel 568 che la incendiarono e la saccheggiarono, ma furono respinti.
Gli Slavi avevano fatto la loro apparizione alla fine de IV secolo ma furono ricacciati tutte due le volte in cui si affacciarono. Così avvenne nel 611, e fu proprio allora data origine alla creazione del “Numerus Tergestinus” che legava in armi la cittadinanza intera. Trieste fu quindi definitivamente occupata dai Longobardi che la eressero a ducato e vi rimasero dal 752 al 790 circa. Fu un triste periodo.
La voce di un grande triestino, Giovanni, patriarca di Grado, suonò solenne ed accorata presso il pontefice Stefano IV perché nella pronunciata formazione di un grande Stato Romano sotto l’egida di Carlo Magno (789), Trieste vi fosse compresa e così liberata con l’Istria dal giogo dei longobardi.
Ai Longobardi successero i Franchi che inclusero Trieste nel Regno Italico, formando la contea Istriana, e misero a capo di questa contea un duca di nome Giovanni, che rivoluzionò la vetusta amministrazione romana introducendo i primi germogli del feudalesimo.
I magistrati venivano nominati solamente dal duca e non più eletti liberamente, praticamente erano suoi dipendenti e si chiamavano “centarchi”. Soltanto l’antico ufficio dei giudici restò in vigore per il diritto che i Franchi riconoscevano ad ogni cittadino di essere posto a giudizio da parte della propria gente e della propria legge. Ma le terre e i boschi passarono al duca come il mare dal quale fu abrogata la libertà di pesca e la confisca si generalizzo a tutti i beni pubblici, mentre sui terreni confiscati ai comuni, furono fatti venire dalle regioni carnioliche genti Slave, che si accasarono pagando il tributo al duca e a lui solo prestando obbedienza.
Il patriarca triestino Fortunato fece un appello, contro questi soprusi; fu ascoltato da Carlo Magno che promosse nel 804, nell’agro di Capodistria un’assemblea davanti a tre suoi rappresentanti dove ognuno potesse dire la sua. Nei campi del Risano si volse questa solenne protesta che prese il nome di “Placito del Risano”.
I messi imperiali erano il prete Izzone, il conte Ariom e il conte della marca orientale Cadolao. Intervennero il duca ed i suoi ufficiali, il patriarca con cinque vescovi, le persone di più alto censo, i centosettantadue eletti a rappresentare il “Numero Triestino” e i vari rappresentanti dei territori istriani. Essi giurarono sui libri sacri del Vangelo e delle reliquie dei Santi di dire la verità sui rapporti di ragione ecclesiastica e sulle violenze del duca, sui soprusi dei beni, sulle consuetudini calpestate.
Il duca si giustificò dicendo di aver agito in buona fede pensando che i campi fossero di proprietà fiscale dello Stato. Promise di far completa restituzione e di non esigere tributi illegali, di ripristinare ciò che aveva tolto o vietato. Si dichiarò anche pronto a cacciare fuori gli slavi, ameno che gli istriani non avessero tollerato che essi venissero traslocati nei luoghi incolti e deserti dove avrebbero potuto rimanere senza recare danno agli altri e con vantaggio del fisco.
Vinti i Vandali e gli Avari da re Carlo e dal figlio Pipino nella pianura ungherese non vi furono invasioni e la vita per tutto il secolo VIII e IX fu relativamente tranquilla. Quindi il re dei Franchi fattosi sicuro dalla fedeltà di Grado, rimise una parte dell’Istria sotto la dipendenza gradese e lasciò Trieste a quella di Aquileia.
Il potere temporale dei Vescovi con il titolo di baroni con signoria politica e spirituale, cominciò nell'850. Dal 933 al 948 Trieste fu unita al Marchesato d’Istria con Winther marchese. La vita cittadina subì un mutamento, i suoi Vescovi furono nominati direttamente dall’imperatore, col titolo di Principi dell’Impero, però restarono quasi autonomi il loro potere durò dal 948 al 1299.
Nella città, che era rimasta sempre italiana, di cultura latina, arrivarono dei vescovi stranieri con propositi di cambiamento in modo di uniformare la città ai loro costumi Comprendendo però, che dovevano vivere a Trieste, cambiarono politica cercando l’appoggio dalla parte migliore del popolo, accattivandosi la simpatia dei cittadini con opere di comune intento. Trieste non fu e non divenne neanche allora un feudo vescovile, rimase una “civitas” con propri diritti municipali.
Una delle prime città italiane a darsi una specie di organizzazione comunale fu Trieste nel 1056, ma la presenza del vescovo-principe ne rallentò lo sviluppo.
Nel 1139 si ha il primo riconoscimento del Comune, con un gastaldo sostenuto da tre giudici. Intanto incominciavano le azioni contro Federico Barbarossa ed anche Trieste che, aderente prima alla parte imperiale, era passata poi a quella papale, mandò in aiuto un esercito dei suoi migliori cittadini per difendere le libertà comunali.
Il vescovo Brissa di Toppo, nel 1295 fu costretto a cedere, per le gravi condizioni di indebitamento della Chiesa. i diritti politici che furono acquistati dal Comune, e così all’inizio del XIV secolo il Comune triestino è una realtà storica.
Nella città, nel frattempo, si affermò la casta nobiliare e, verso la metà del secolo XIII si contavano tredici “Casade” i cui nomi sono: Argento, Baseio, Belli, Bonomo, Burlo, Cigotti, Giuliani, Leo, Padovino, Pellegrini, Petazzo, Stella, Toffani.
Esse si raccoglievano fuori di Porta Cavana, nella chiesa del vecchio convento di San Francesco, che nella tradizione passò col nome di Sant’Antonio, perché si vuole che in quel sito avesse soggiornato il Santo di Padova.
La chiesa fu ricostruita poi nel XVII secolo e intitolata alla Beata Vergine del Soccorso. È questo il motivo per cui si iniziò nel 1828 il Tempio di Sant’Antonio in Canale. L’altra si distinse come Sant’Antonio Vecchio.
Nel 1313 fu sventato un il tentativo di signoria tentato dal patrizio Marco Ranfo. Questa antica famiglia patrizia aveva già nel 1150 un rappresentante tra i Consoli triestini, poi nel 1202 uno dei trecentosettantadue cittadini che avevano fatto giuramento di fedeltà al Doge Dandolo.
Marco Ranfo, fu protagonista di questa tumultuosa scossa degli eventi locali, era nel 1285 divenuto procuratore, cioè una specie di notaio degli atti pubblici del Comune, e cinque anni dopo, all’epoca dei contrasti con Venezia, figurò quale console.
Nel 1304 egli era capo del Vassalli del Vescovo. Era tra i Consoli nel 1311 e il suo nome figura nel 1313 in un atto pubblico accanto a quello del rappresentante e del podestà, il vicario Sagramoro. Quindi era un personaggio assai in vista. Si presume che egli tentasse di impadronirsi del Comune e di imporre la sua signoria.
L’anno seguente il suo nome scompare. Nelle pagine degli statuti si può leggere la sua condanna Parole e leggi sono d’implacabile severità: “Marco Ranfo, condannato a morte, sia ucciso, e si estenda questa pena anche ai suoi figli Giovanni e Pietro. Le figlie Clara, Ranfa ed Agnese siano trattate alla stregua delle donne malfamate e vengano bandite dalla città, dopo essere state trattate di frusta per le contrade da una porta all’altra”.
La casa dei Ranfi in Piazza Cavana, al Largo del Crocefisso, fu fatta demolire e lo spiazzo sarebbe dovuto rimanere perpetuamente deserto a secolare ricordo del male commesso da questa gente. La sua scomparsa però rimane un mistero. È possibile che egli sia rimasto ucciso mentre andava agitandosi a preparare la sommossa. Forse invece era riuscito a salvarsi fuggendo per la via del mare.
L'Espansione commerciale di Trieste
Trieste cominciò a preoccuparsi del suo piccolo porto, cercando di attivare nuovi commerci sul modello della vicina Capodistria che, essendo aiutata dai Veneziani che la governavano, aveva avuto una grande espansione commerciale. Cercò quindi di allearsi ad una forte potenza per essere protetta nei commerci. Decise perciò di intrecciare interessi con il Patriarcato di Aquileia che aveva trasferito la sede a Udine.
Si cominciò ad importare dal Friuli grano, frumento e lana, ma comunque anche da Venezia arrivavano lane e bronzi. In cambio di queste merci Trieste dava sale, che produceva in abbondanza nelle saline ai piedi del colle di S. Giusto (che oggi formano la parte piana e nuova dell’abitato), il vino delle pendici e l’olio tratto dai numerosi olivi.
I triestini auspicavano anche che il Patriarcato con una legge obbligasse il passaggio delle merci nella loro città e non a Capodistria. Per giungere a ciò legarono rapporti sempre più stretti con il Patriarca, che portarono anche ad una alleanza militare. Ed infatti quando il Friuli entrò in guerra contro Venezia, anche la cittadella di Trieste dovette affiancarsi alle truppe patriarchine.
La città andò sviluppandosi e accrebbe i suoi commerci anche per merito di un afflusso capitali toscani. Questa espansione trovò un ostacolo nella rivalità di Venezia, che non tollerando più la concorrenza triestina decise di conquistarla. Nel 1202, l'anziano doge Enrico Dandolo, chiese alle truppe crociate radunate a Venezia di pagare le navi che la città forniva loro con un servigio militare. Avuto il benestare dei crociati, li condusse vittoriosamente alla conquista di Trieste, Muggia e riconquista Zara. Costrinse quindi Trieste ad un tributo di navi ed ad un giuramento di fedeltà nel 1202, rinnovato nel 1233.
Nel 1283 Venezia ridusse di nuovo a sottomissione la città che però nel 1287 si ribellò. Sostenuta dal Patriarca di Aquileia e dal conte di Gorizia, riuscì ad essere indipendente, passando con la pace di Torino del 1291 sotto il patriarcato d’Aquileia, mentre l’Istria rimaneva sotto Venezia. Il governo Patriarcale proseguì sino al 1368.
Il 28 gennaio 1353, il patriarca Nicolò di Lussemburgo riunì il Parlamento, al quale comunicò che i cittadini di Trieste avevano catturato in mare il suo vassallo marchese d’Istria con alcuni fedeli della chiesa d’Aquileia e dopo avevano arso il castello di Muggia e tagliati viti e ulivi.
Ci furono due anni di trattative e negoziati riguarto a questo fatto, sino al 22 settembre 1355, quando il Patriarca fece ufficialmente pace con il comune di Trieste.
Venezia ch’era signora di Capodistria anelava da tempo a mettere sotto la propria signoria Trieste e, approfittando di una lite nata per una barca carica di sale, mandò contro Trieste quattro navi grosse e otto leggere; inoltre cinse d’assedio la città dalla parte di terra.
I cittadini non ricevendo aiuto né dall’Imperatore Carlo IV, né dal re d’Ungheria, ne dal Patriarca, si misero il 31 agosto 1369 sotto la signoria del duca d’Austria. Ma il duca Leopoldo III fu sconfitto nei pressi di Trieste e la città fu costretta il 17 novembre ad arrendersi a Venezia che si mise subito all’opera per rendere più forte il proprio dominio. Il 12 novembre 1370 i duchi d’Austria rinunciarono ad ogni diritto su Trieste in favore di Venezia dalla quale ebbero un compenso di 75.000 fiorini d’oro.
Non é che negli anni seguenti la sua signoria risultasse pacifica e neanche che i cittadini rimanessero tranquilli. Il dominio Veneziano cessò nel 1372 e Trieste ritornò sotto il Patriarcato d’Aquileia dal 1372 al 1381. Morto nel 1374 Alberto IV di Gorizia, i suoi possessi passarono ad Alberto e Leopoldo d’Asburgo ed i sudditi giurarono fedeltà a Lubiana ricevendo conferma dei privilegi goduti sotto il defunto conte. In quest’occasione Ugo di Duino, che aveva i suoi possedimenti nel Carso inferiore, fece giuramento di vassallaggio agli Asburgo rinnegando ogni dipendenza feudale dal patriarcato d’Aquileia.
I tristi effetti di questa scelta si dovevano vedere nell’inverno seguente quando il Duinate rinnovando antiche angherie, sottopose ad una muta, cioè una tassa di passaggio, i mercanti Veneziani che da Monfalcone andavano a Trieste pretendendo dal doppio al triplo di quanto pagavano al patriarca, creando a Monfalcone un enorme danno al commercio.
Al patriarca Marquardo di Randeck (1365-1381) davano molto da pensare, i Veneziani per la loro politica espansionistica e questo lo spinse a rinnovare, per cautela, la lega con il re d’Ungheria. La lega fu infatti conclusa a Wydchehrad il 21 giugno 1376 e da quel momento non si aspettava che il momento propizio per dichiarare guerra ai Veneziani.
Proprio in quegli anni la repubblica di Genova s’era di nuovo messa in lotta con la Serenissima per le questioni e i diritti che ambedue avevano sull’Oriente e pensò che le era conveniente approfittare dei nemici che la sua rivale s’era fatta nell’Adriatico e nella Marca Trevigiana. Perciò mentre i Veneziani erano impegnati militarmente a Tenendo e Cipro, il 6 febbraio 1378 Genova sottoscrisse un trattato segreto con il re d’Ungheria. Questi s’impegnò ad avere con se il patriarca d’Aquileia e Francesco Carrara.
Nel mese di giugno erano entrate attraverso il Friuli le truppe del re d’Ungheria a cui si congiunsero le milizie Friulane. Il 24 giugno le truppe passarono il Piave e volsero contro Castelfranco, Treviso e Mestre che resistettero valorosamente.
Venezia intanto provvide subito a tenere neutrale un principe che avrebbe potuto rendere schiacciante la superiorità e il 27 settembre concluse con Alberto d’Austria, fratello di Leopoldo a Belluno un accordo.
Genova aveva però cominciato male la sua guerra, perdendo la battaglia navale a Porto d’Anzio il 30 maggio 1378. A Luglio, l'ammiraglio veneziano Vittor Pisani con la sua flotta vittoriosa prese Cattaro al re d’Ungheria e poi devastò le coste della Dalmazia, specialmente Zara, Sebenico (24 ottobre), Trau ed Arbe (10 novembre) costringendole in parte a mettersi sotto la signoria di Venezia. Per l'inverno si ormeggiò a Pola.
Ma la flotta genovese era potuta entrare in Adriatico e facendo capo a Zara che dipendeva dal re d’Ungheria, prese a corseggiare l’Adriatico tenendo i Veneziani in continuo pericolo. Rifornita di mezzi, sotto il comando di Luciano Doria assalì a Pola la flotta veneziana del Pisani e la sconfisse (5 maggio 1379). I Genovesi, nonostante fosse rimasto ucciso il Doria nella battaglia, s’impadronìrono di Palestrina e Chioggia piccola, ritornando poi a Zara.
Anche le truppe friulane, assieme a quelle di Francesco Carrara, erano presenti all’occupazione di Chioggia e Malamocco, giungendo così proprio di fronte a Venezia.
Questa, ridotta all’estremo, chiese pace, rassegnandosi a sottostare alle condizioni più dure. Mandò degli ambasciatori al Carrara e al re d’Ungheria, ma questi rispose che non era possibile parlar di pace se prima Venezia non restituiva quel che doveva. Nel frattempo, Vittor Pisani rimesso a capo dei provvedimenti di guerra, si diede a munire Venezia contro l’assalto dei Genovesi ed allestì una buona flotta.
Il 1° dicembre riuscì a bloccare i Genovesi a Chioggia e il 1° gennaio 1380 Carlo Zeno giunse a Venezia con le sue navi dall’Oriente e i due ammiragli furono in grado non soltanto di bloccare i rifornimenti a Chioggia, ma anche di iniziare una più larga attività bellica sull’Adriatico.
Trieste si ribellò ai Genovesi per ben due volte e fu allora, nel 1380 che i liguri trasportarono nella loro città il leone alato che Venezia aveva posto sopra la torre di S. Marco al porto.
La guerra continuò con alterne vicende sia di terra che di mare. Il 23 gennaio 1381 si erano presentati al comune di Udine due inviati di Trieste chiedendo istantaneamente soccorsi per allontanare le minacce che incombevano sulla città a causa dei potenti vicini.
La morte del patriarca Marquado avvenuta alcuni giorni prima e le nuove discordie che sorsero tosto in Friuli resero ancora più precarie le condizioni. I Friulani in ogni modo si preoccuparono a provvedere alla sicurezza di “una tanta città, così nobile parte della chiesa d’Aquileia”, giacché sappiano di una decisione presa dal comune di Gemona “sui balestrieri da mandare a Trieste, perché si facesse come avevano fatto quelli di Tolmezzo e di Venzone”.
L'8 agosto 1381, grazie alla mediazione di Amedeo IV di Savoia, si giunse alla finalmente alla pace, siglata a Torino.
Ai primi d’agosto del 1382, Trieste cadde nelle mani del duca Leopoldo d'Austria. Le fonti friulane ci parlano di un colpo di mano da parte di Ugo di Duino aiutato dal capitano Michele Weixenstein, il quale dovette agire d’accordo con dei triestini ribelli o traditori.
Il mese seguente una deputazione si recò a Graz a firmare con duca Leopoldo la cosiddetta “dedizione”. In realtà, quel duca che nel 1369, nei duri frangenti cittadini, aveva preteso di avere tutti quanti i diritti del dominatore sulla città poi venduta ai Veneziani violando in ciò un espresso apposito giuramento, non ebbe più la possibilità di ottenere Trieste a quelle esose condizioni.
La lusingò invece con il miraggio della piena autonomia e sottoscrisse un chiaro “privilegio”. Gli statuti comunali riacquistavano piena efficacia, le cariche cittadine rimanevano di nomina del Consiglio Maggiore. Il duca nominava solo un Capitano suo rappresentante, otteneva dalla città il tributo di cento orne di vino, come era già stato fatto per il Doge veneziano; poteva tassare il commercio di transito ma non i prodotti locali. Mentre Ugo di Duino rimaneva il primo dei Capitani ducali e poi arciducali.
Nel 1420 Venezia conquista il Friuli. Nel 1426 i Triestini acquistarono Castelnuovo dal conte di Gorizia, poi per accaparrarsi il commercio della zona chiusero la via di Capodistria alle genti della Carniola.
Ciò provocò nel 1463 la cosiddetta "guerra del sale" con Venezia che però ebbe la meglio, la assediò e la ridusse all'estremo ma, la mediazione di Pio II, che era stato vescovo a Trieste nel 1447-50, fece concludere la pace il 14 novembre 1463, riuscendo ad evitare la distruzione della città. Per le dure condizioni, la città cedette Castelnuovo, Moccò e S. Servolo, dovette lasciar libere le strade al commercio e rinunciare all'esportazione del sale via mare, riuscendo però a mantenere l'indipendenza.
Nel 1467 la città venne colpita da una pestilenza che stermina un quinto della popolazione. In quello stesso anno scoppiò una guerra civile tra due fazioni della nobiltà: quella del Collegio della Balia, che voleva rompere lo stato di impotenza e ricominciare la guerra contro Venezia, e quella che voleva invece temporeggiare, rinnovando prima le istitutuzioni e riformando la confraternita delle 13 casade, di cui però 8 risultavano estinte. Le posizioni di fatto erano filoimperiali e filoveneziane, come si registrano anche nella vicina Patria del Friuli.
La faida si conclude nell'agosto del 1467, portando ad un'insurrezione al cui capo si pone Antonio Bonomo. Viene cacciato Giorgio Cernomel, capitano di Trieste e altri patrizi favorevoli alla Balia, che si rifugiarono a Duino mentre le loro case vengono saccheggiate.
Il 25 dicembre 1467, Giorgio Cernomel, capitano di Trieste, con l’aiuto di Tomaso Ellacher capitano di Duino, Nicolò Lugar castellano di Vipacco, i patrizi della Balia e di un migliaio di mercenari tedeschi guidati da Andrea di Dietrichstein riescono ad entrare a Trieste, ma ne vengono nuovamente cacciati.
Nell’agosto del 1469 il capitano di Duino con i fuoriusciti triestini e con l’aiuto di tre mila mercenari guidati sempre da Andrea di Dietrichstein, forti di alcune bombarde, muovono nuovamente su Trieste. Vincendo la battaglia di Ponziana del 14 agosto entrano in città, che viene saccheggiata. I capi vengono in parte giustiziati ed in parte esiliati ed i loro beni sono confiscati.
In questo anno tragico la popolazione viene ridotta a metà. Viene istituito un governo militare che regge la città e ordinerà la restaurazione delle mura. Nel 1470 l’imperatore Federico III visita Trieste. Sanando le discordie, stabilisce di costruire un Castello fortezza sul colle di S. Giusto e l’anno seguente di restituire le libertà civili.
Nel novembre 1471 i Turchi giunsero sino a Moccò nel vallone di Zaule presso Trieste ma i cittadini eroicamente li respinsero dopo tre giorni di combattimento. Nel 1508 la città fu occupata dai Veneziani, fu quindi lasciata e poi nuovamente fu assediata invano. Anche in seguito Venezia, con la scusa di reprimere le piraterie, bloccherà i porti e rallenterà il commercio.
Nella divisione dell’Impero del 1519, dopo la morte di Massimiliano I, fra i due nipoti Carlo e Ferdinando I, la città passò al primo, cioè al Regno di Spagna, unita alla Lombardia e al Regno di Napoli. Essa godette allora di un certo privilegio commerciale nelle terre meridionali d’Italia e di una flotta per la libera navigazione dell’Adriatico.
Ma le proteste degli altri ducati austriaci di non concorrere con le armi contro l’avanzata dei Turchi, se questo stato di cose permanesse, indussero Ferdinando I a provocare, tre anni dopo, una nuova decisione col fratello per cui le terre italiane passarono a lui. Naufragò così la più favorevole occasione di espansione marittima della città.
La peste prese ad infestare le contrade della città all’inizio del secolo e nel 1603 fu innalzata, a ringraziamento dello scampato pericolo, una chiesa dedicata a S. Rocco nella Piazza Maggiore nella linea dell’attuale Caffè degli Specchi.
Se il ricordo di quegli anni paurosi di morte non rimane più nella chiesa abbattuta con la gemella S. Pietro nel 1870, le conseguenze artistiche non sono scomparse, perché sono evidenti nella povertà dei frammenti pittorici restituiti dai restauri nella Basilica di S. Giusto.
Furono infatti quelle epoche tristi a portare l’incalcinatura abbondante sulle pareti delle chiese e la soppressione della festa dei colori che nei secoli precedenti vi erano giulivamente impressi.
La sera del 6 maggio 1696, il Palazzo Comunale, che sorgeva in un’area dirimpetto all’attuale, circa a metà dell’odierna Piazza Unità d’Italia, fu distrutto da un incendio. Un negozio delle vicinanze, aveva preso fuoco e la furia della bora aveva riversato le fiamme all’edificio comunale.
Anche l’archivio, che raccoglieva la testimonianza di tutte le vicende cittadine, andò distrutto. I patrizi, così ligi al loro vecchio Ordine, pur ormai stremato di numero dalle tante pestilenze, si erano opposti affinché i mercanti arricchiti non potessero entrare nel loro grembo e avevano a lungo battagliato per questo si affannarono a raccogliere i fondi fra di loro per la ricostruzione.
Il patrizio Civrani offrì 20.000 ducati, e una lapide nel piazzale del Castello, lo attesta a perpetua onoranza. Altri oboli giunsero racimolati pur fra la miseria del patriziato della comunità. E con meraviglioso esempio, solo nove anni dopo il palazzo fu costruito a nuovo con le sue belle arcate barocche.
Il Settecento rappresenta il tramonto del patriziato anche se resistette sino all’ultimo ai nuovi ricchi imprenditori commerciali che volevano entrare nella cosa pubblica.
Carlo VI, decise di potenziare il commercio e proclamò nel 1717 la libera navigazione dell’Adriatico e dichiarò nel 1719 Trieste e Fiume porti franchi. Aveva intenzione di sviluppare i commerci con l’Oriente e fondò nella città il cantiere della Compagnia Orientale. Ma il suo esperimento fallì.
Il progetto fu ripreso da Maria Teresa con un programma non solo economico, ma anche politico, di riforma agraria e scolastica e di assistenza sociale. Nel 1728 Carlo IV fu a Trieste per risollevare gli animi dalla brutta esperienza e portare una ricchezza apparente ad una città che era ridotta a seimila abitanti.
Nel 1729 Trieste ebbe fiera franca annua di 20 giorni dal 1 al 20 agosto; da Maria Teresa ottenne immunità doganali, libertà di commercio e di culto e così vari greci ed ebrei vi si stabilirono e la città poté contare nel 1791 ben 25.000 abitanti. La società comunale si dissolse, il patriziato sparì, e si affermò il gruppo capitalistico della Borsa mercantile.
La città si avviava verso le possibilità di sostenere i commerci, ai quali era chiamata dalla sua posizione geografica. Si migliorò l’abitato cittadino aprendo una nuova piazza livellando il terreno disuguale con materiale di escavazione del Canal Grande. Venne chiamata Piazza del Ponte Rosso, questa nuova zona servita, con le sue nuove via davamo sfogo al porto dove i bastimenti carichi di spezie giungevano sempre più frequenti. In questa situazione che oggi verrebbe definita di “boon economico” anche la politica austriaca s’industriò verso lo sviluppo commerciale del porto, obbligando i commercianti tedeschi allo scalo.
Anche per questo il Consiglio comunale avanzò nel 1774 una richiesta di un’Università italiana a Trieste. La chiedeva per timore che tutta questa invasione di mercanti stranieri di tante nazionalità, e di varie religioni con diversissimi costumi e usanze come i tedeschi gli olandesi, i greci gli armeni i turchi, ecc. non avessero d’imbastardire la coscienza nazionale.
I francesi giunsero a Trieste il 23 marzo 1797, Gioacchino Murat, non smentendo le usanze francesi nella nostra regione, requisì la cassa del Comune e se ne andò. Il giorno dopo i Francesi comandati dal generale Dugna occupano la città che fu sottoposta ad una grossa taglia di guerra. Il 29 aprile arrivò Napoleone Bonaparte che pernottò nel palazzo Brivido. Il giorno dopo esonerò solo una minima parte di cittadini dall’imposta taglia di ventimila fiorini.
Il 17 ottobre 1797 L’Austria, dopo il trattato di Campoformido, rioccupò Trieste sino al 19 novembre 1805, quando ritornarono i Francesi, i quali cambiarono spesso i comandanti. Ognuno che arrivava, salassava la città. Giunse prima il generale Sdoligna che impose il pagamento di sei milioni di lire tornesi. Si fece regalare duecentomila franchi promettendo di adoperarsi per la diminuzione della taglia. Arrivò poi il generale Massena che accordò infatti la riduzione della taglia ma si fece dare uno dei tre milioni ridotti, e intanto a Palmanova nelle carceri languivano gli ostaggi cittadini trattenuti sino a che il debito non fosse pagato.
L’anno seguente a gennaio il generale Marmont promise di non far sentire il gravame dell’occupazione militare in cambio di un dono a lui di due milioni. La città questa volta non cedette, ma ne risentì talmente per le requisizioni militari che alla fine dovette addattarsi a quanto voleva il generale.
Cosicché quando il 4 marzo 1806 i Francesi abbandonano un’altra volta la città, essa aveva pagato tributi, che si aggiravano ad una somma di oltre dieci milioni. Ritornò l’Austria dal 4 marzo 1806 e vi rimase sino al 18 maggio 1809. Quindi di nuovo i Francesi. La città fu occupata dalle truppe italiane comandate dal principe Eugenio. Trieste fu unita al Regno d’Italia napoleonico e l’occupazione durò dal 18 maggio 1809 al 25 ottobre 1814. Quando i Francesi se ne andarono definitivamente, lasciando come ricordo un salasso di oltre cinquanta milioni.
Il 25 ottobre 1814 Trieste ritornò sotto il governo austriaco e vi rimarrà sino al 3 novembre 1918. Gli austriaci non trovando più la resistenza del patriziato, lasciarono in vigore le leggi francesi, non restituendo alla città l’autonomia municipale.
Domenico Rossetti sostenitore d’una coscienza nazionale italiana formò un partito autonomista che si ispirava alla tradizione municipale. I commerci ripresero e ben presto ridiedero vitalità alla città, favorendo lo sviluppo di un ceto medio aperto alle idee liberali.
Il capitale triestino si sviluppava costituendo imprese assicurative (Assicurazioni Generali) ed industriali (Lloyd, Arsenale) destinate ad assumere importanza europea. Trieste non voleva confondersi con le altre province austriache e i suoi cittadini chiedevano di reintegrare gli antichi privilegi.
Ma si scontrarono con la politica dell’impero austriaco che, vista l’importanza del suo maggior porto, non intendeva perderlo, anche a costo della propria distruzione. Quindi, ogni ondata di ribellione, trovava consenso nella città, ma veniva dall’altra parte decisamente repressa, come nel 23 marzo 1848.
Il malcontento non era solo a Trieste ma anche nella popolazione austriaca, ed ebbe il suo culmine nell’ottobre 1848 con la rivolta di Vienna. L’imperatore fece marciare le sue truppe sulla capitale per riportare l’ordine a qualunque costo. Cominciarono perciò a gravare sulla città anni duri, anche se gli abitanti non si piegarono. Sperando in un’azione liberatrice delle truppe sabaude molti di loro si arruolarono volontari nell'esercito italiano nel 1859, nel 1860 nel 1866 e a Villa Glori nel 1867.
L’alabarda triestina non fu assente dai campi di battaglia a fianco del tricolore. La politica austriaca prese allora nel 1868 un indirizzo nuovo, abbandonò l’utopistica idea di germanizzare Trieste e puntò sulle forze slave. Le favorì, le aiutò, le sospinse a conquistare lavoro e terreni sull’area cittadina creando così numerosi malcontenti.
I Triestini aderirono ad una manifestazione a carattere liberale la sera del 13 luglio, ma un evento di sangue scavò l’abisso fra città e governo. La guardia territoriale scese nelle vie urbane, si scontrò con i dimostranti ai Portici di Chiozza e si macchiò del sangue cittadino uccidendo Rodolfo Parisi e ferendo altre quattordici persone. Il lutto gravò sulla città e accentuò la lotta contro le mire slave. Non era ancora quello il momento dell’irredentismo nella coscienza triestina, ma era già una forte espressione di nazionalità, guidata da Francesco Hermet e di Arrigo Hortis.
Per festeggiare il quinto centenario della dedizione di Trieste all’Austria nel 1882. fu inaugurata un’esposizione a Sant’Andrea. Il 2 agosto; mentre passava per il Corso una banda di veterani, una bomba scoppiò uccidendo purtroppo un giovanetto, accorso al portone di casa sua, per assistere al passaggio.
Dato le conseguenze, il gesto non aveva trovato molta approvazione nel garibaldino Giusto Muratti, che solo seppe chi era stato l’attentatore, perché aveva ricevuto la sua visita dopo il fatto e aveva provveduto a metterlo in salvo oltre confine. Guglielmo Oberdan, un giovane triestino che per sottrarsi al servizio militare austriaco era scappato a Roma, divenendo fervente irredentista, colse i nuovi fermenti della città e decise di recarsi a Trieste per di colpire l’Imperatore, che rappresentava lo stato austriaco.
Poco dopo, il 16 settembre 1882 Guglielmo Oberdan, mentre era in viaggio, fu tradito ed arrestato a Ronchi dei Legionari in una vecchia locanda. Gli furono trovate delle bombe. Senza paura affermò che egli intendeva uccidere l’imperatore che in quei giorni visitava la città. Il suo era un delitto di intenzione non precisata nemmeno nella sua mente in quanto non aveva alcun piano prestabilito.
Il governo credette di troncare quest’intenzione per sempre troncando la vita del ventiquattrenne. che il 20 dicembre salì sul patibolo posto fra le mura della Caserma Grande con in gola il grido “Viva l’Italia”. Il testamento politico del giovane studente in ingegneria, dettato a Udine, servì da sprone alla lotta di liberazione di Trieste e dell’Istria, con il concorso di varie figure intellettuali. Tra gli altri, luogo di diffusione di idee patriotiche italiane divenne la sede della Ginnastica Triestina. Altre figure preminenti dell’irredentismo sono quelle di: Guglielmo Hermer, Antonio Vidacovich, Bartolomeo del Rin, Giuseppe Caprin, Felice Venezian, Riccardo Pitteri, Napoleone Cozzi ed altri.
Alla fine del secolo la lotta politica s’inasprì sia per il progressivo organizzarsi del movimento nazionale slavo, sia per il sorgere di quello socialista che, guidato da Valentino Pittoni, riuscì a darsi pure una grossa organizzazione, anche economica (Cooperative Operaie). Questo movimento ebbe successo nelle elezioni del 1907, le prime tenute a suffragio universale.
Anche il partito liberale guidato da Felice Venezian seppe trovare un suo spazio e resistere al governatore Hohenlhoe che cercava di utilizzare le ambizione slave e l’internazionalismo socialista in favore del dominio austriaco.
La città intanto si ampliava: nel 1900 contava 176.000 abitanti, mentre nel 1910 235.000. La grande guerra, in cui centinaia di irredentisti triestini parteciparono, fece mutare le condizioni geopolitiche su cui Trieste aveva prosperato: il crollo dell’Impero Asburgico e la nascita di nuovi stati ebbe come conseguenza per Trieste la riduzione drastica dei traffici commerciali, visto che gli assetti doganali non permiserò più di essere il privilegiato porto dell’area danubiana.
Quando l’Italia dichiarò guerra all’Austria il 24 maggio 1915, a Trieste si svolsero gravi fatti. Elementi prezzolati dalla Polizia austriaca come prima cosa distrussero il monumento a Giuseppe Verdi poi, nella vicina Piazza Goldoni, dettero fuoco all’edificio del giornale “Il Piccolo” ed alla “Ginnastica” provata palestra d’italianità.
La stessa sorte toccò ai Caffè Chiozza e San Marco e a vari negozi di commercianti triestini. Secondo le voci che circolavano in città, gli italiani avrebbero dovuto arrivare a Trieste entro una settimana; la popolazione rimase in trepida attesa. Seguì poi la delusione della guerra di trincea e della lunga guerra di posizione. I sudditi italiani furono espulsi, i patrioti sospetti politicamente furono internati, molti furono forzatamente inquadrati nell’esercito austriaco ed inviati sul fronte orientale.
La guerra portò la paralisi del porto, il commercio decadde e tutte le attività cittadine furono assai ridotte. Anche la politica interna fu praticamente annullata Ancora più tristi furono le giornate dopo la rotta di Caporetto. Ma fu il momento della riscossa. Il 30 ottobre 1918 un moto popolare indusse alla fuga le autorità austriache e la città, ordinatasi liberamente attese l’arrivo dei soldati italiani. Per tre giorni e per tre notti intere lungo le rive del mare la folla rimase in attesa delle navi italiane, che arrivarono finalmente nel pomeriggio del 3 novembre 1918 il giorno di San Giusto, patrono della città. Dalla folla arrampicata sui tetti delle case parti il primo grido: “i se qua, i se qua”.
Da allora fu un delirio comunicativo finché la nave “Audace” attraccò al molo San Carlo, sbarcando il generale Carlo Petiti di Roreto, il quale, più trasportato dalla gente che camminando, raggiunse il Municipio, mentre la giornata si prolungava in una sera di immensa gioia. Con questa data si conclude la storia di Trieste e si determina la sua appartenenza territoriale e politica all’Italia.
La città il 20 marzo 1921 diventò capoluogo della Venezia Giulia. La classe dirigente nazionale prefascista non si mostrò molto sensibile e orientata, soprattutto in relazione alle difficoltà di inserimento di Trieste nelle nuove strutture giuridico-amministrative e nella nuova realtà economica derivante dal crollo dell’Austria-Ungheria. Intanto nella città riprese la vita politica: si ricostituì il partito liberal-nazionale, ormai in gran parte svuotato di contenuto ideale, e fu riorganizzato quello socialista, dapprima riformista-moderato, poi minato dall’afflusso di scontenti volti al massimalismo rivoluzionario.
Fu fondato anche il partito repubblicano, mentre il movimento cattolico ebbe scarso seguito, data la tradizione laica locale. Sul vuoto ideale, sulla scontentezza fece presa, specie nei ceti medi il dannunzianesimo dapprima e ben presto il fascismo. Questo movimento assorbì spregiudicatamente i gruppi nazionalistici e il vecchio liberismo, presentandosi come difensore degli interessi dei ceti conservatori contro la sovversione e favorendo l’equivoco tra settarismo di partito e sincero patriottismo.
Il fascismo andato al potere protesse anche qui le grandi industrie con interventi massicci a favore dei cantieri, degli altiforni ecc., ma questa politica inseritasi nel quadro della riconversione della funzione di Trieste da mercantile-emporiale ad industriale, non diede i frutti sperati e tutto ciò non servì a riportare Trieste nelle condizioni prebelliche. L’alleanza con la Germania nazista e la politica antiebraica (in città c’era una notevole minoranza ebraica molto attiva) contribuirono ad alienare le simpatie al fascismo nei ceti cosiddetti “borghesi”.
Benito Mussolini si recò a Trieste il 19 settembre 1938 e in quell’occasione, con l'intento di avvicinarsi di più alla Germania, ci fu la dichiarazione sulla politica razziale, da cui scaturirono le leggi razziali.
La guerra tra il 1940 ed il 1943 non toccò la città neppure in occasione delle operazioni contro la Jugoslavia (aprile 1941). La caduta del fascismo fu accolta con composto entusiasmo per la consapevolezza della gravità della situazione.
Già il 9 settembre 1943 la città fu occupata dalle truppe tedesche quasi senza incontrare resistenza. I nazisti fecero di Trieste, separata di fatto anche dalla Repubblica Sociale, la capitale di un Gau germanico: l’”Adriatische Küstenland” il “Litorale Adriatico”, riesumazione del litorale austriaco che si estendeva in tutta la regione Friuli Venezia Giulia. Il Küstenland fu sottoposto ad un commissario supremo, con pieni poteri, che si avvalse di un grosso apparato burocratico, in prevalenza formato da austriaci. La carica fu affidata il 10 settembre al Gauleiter della Carinzia Friedrich Rainer.
Sino al 1945, la città, che subì parecchi bombardamenti specie nei quartieri popolari e nella zona industriale, restò sotto la dominazione germanica, che alternò terrore poliziesco, eroci rappresaglie e massicce deportazioni in Germania o nei campi di lavoro in regione, alle lusinghe di una politica che richiamava nostalgie filoaustriache e proponeva nei fatti il distacco dall’Italia. Non molti risultati ottenne, questa politica separatista, mentre quasi nulla fu l’adesione alla Repubblica Sociale.
La partecipazione alla Resistenza e l’opera dei partiti democratici nel C.L.N. furono a loro volta condizionate dalla pregiudiziale politico-nazionale in senso jugoslavo posta dai gruppi politici e militari che operavano nella zona e facevano capo alla resistenza jugoslava.
L’insurrezione popolare del 30 aprile 1945, contribuì a salvare dalla distruzione il porto e le attrezzature industriali, ma non riuscì a cacciare i nazisti prima dell’arrivo delle truppe jugoslave (I maggio).
Seguì un periodo confuso in cui la città, sebbene presidiata dagli alleati occidentali, fu governata dagli jugoslavi che miravano a porre le premesse per l’unione alla Repubblica federale jugoslava. Avvennero allora fatti di estrema gravità; arresti, deportazioni, uccisioni, repressione sanguinosa di un pacifica dimostrazione di italianità: azione che non è possibile far rientrare nel quadro della lotta antifascista. In questa parentesi si ebbe il triste fatto delle foibe, cavità del Carso che vennero utilizzate per far sparire al loro interno cadaveri e persone che per funzioni svolte o idee patriotiche rappresentavano un ostacolo al processo di inglobazione di Trieste alla Jugoslavia.
Il 12 giugno le truppe jugoslave lasciarono la città in seguito ad un accordo concluso con gli alleati tenendo conto di motivi di carattere militare. La città ed una stretta fascia di territorio furono sottoposte all’amministrazione del GMA, Governo Militare Alleato (Allied Military Government - AMG), mentre il resto della provincia e l’Istria restarono all’amministrazione jugoslava.
Trieste si ritrovò al contrastato incontro degli interessi di Italia e Yugoslavia, estreme propaggini delle sfere di influenza degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica. La soluzione del “Problema Trieste” divenne quindi una delle questioni più difficili e complesse da risolvere nel quadro dei rapporti tra le potenze vincitrici.
Nonostante la maggioranza della popolazione avesse espresso in più occasioni e con chiarezza la volontà di rimanere unita all’Italia, il trattato di pace di Parigi del 10 settembre 1947 istituì il Territorio Libero di Trieste, che comprendeva la città ed una striscia di territorio costiero di varia profondità da Duino al fiume Quito in Istria.
Il Territorio Libero non fu mai costituito ne di fatto ne di diritto, ma venne suddiviso in zona A e B. La cosiddetta zona A (Trieste e dintorni) era controllata dal GMA, mentre zona B (la parte istriana) era controllata dalla Yugoslavia.
Il ritorno di Trieste all'Italia
Nonostante le laboriose trattative diplomatiche, vista l’impossibilità di dar vita autonoma al Territorio Libero e dopo che la popolazione triestina ebbe ancora chiaramente e compattamente espressa la sua italianità e la volontà unitaria (fra l’altro culminata nei fatti di sangue del 5-6 novembre 1953), il Memorandum d’intesa italo-jugoslavo firmato a Londra il 5 ottobre 1954, portò alla spartizione del Territorio.
L’Italia ebbe quasi tutta la cosiddetta "Zona A", mentre la Jugoslavia acquisì la "Zona B". Il 26 ottobre 1954 i bersaglieri ritornarono a Trieste tra l’entusiasmo popolare. Cessò così il GMA e la città fu ricongiunta all’Italia. Trieste e i cinque comuni minori venne retta da un’amministrazione speciale con a capo un commissario generale del governo. Dal febbraio 1963 una legge costituzionale istituì la Regione a Statuto Speciale “Friuli - Venezia Giulia", con Trieste capoluogo.
Tuttavia, anche il nuovo assetto istituzionale non riuscirà a ridare a Trieste l’importanza dell’epoca asburgica. Con il tramonto del polo siderurgico, delle raffinerie e di altre importanti industrie, unito all'elevata concorrenza degli altri porti dell’Adriatico, Trieste ha vissuto nella seconda parte del Novecento un declino del suo ruolo economico.
Trieste in quest’epoca, sorretta dalla sua formazione e ispirazione mitteleuropea, è comunque riuscita a rappresentare un importante centro culturale, tramite le sedi universitarie, i teatri, i numerosi musei e gli istituti di carattere scientifico, storico, artistico.
Trieste oggi
Negli ultimi vent’anni Trieste ha aperto una nuova fase della sua storia, tornando a valorizzare la propria vocazione di città di confine e di collegamento europeo, affacciata sul mare. Al recupero del Porto Vecchio si sono affiancati fatti di rilievo nazionale, come il rafforzamento del ruolo scientifico con ESOF 2020, che ha consacrato Trieste “Città Europea della Scienza”.
Anche la vocazione turistica si è ricavata una crescente centralità, favorita dall’essere approdo dell’attivita crocieristica nel Mediterraneo e lo svolgimento di grandi enventi, come la Barcolana, divenuta uno degli eventi simbolo sul piano sportivo e turistico, con risonanza internazionale e record mondiali di partecipazione.
Il porto commerciale è tornato strategico nelle rotte dell’Adriatico e dell’Europa centrale, confermando una continuità storica profonda: mare, apertura culturale e funzione di ponte tra Mediterraneo e Mitteleuropa restano gli elementi centrali dell’identità triestina. In sintesi, questi ultimi anni mostrano come la città abbia saputo trasformare la sua eredità storica in una nuova propulsione verso il futuro.
• Viaggio in Friuli Venezia Giulia