di Giorgio De Zorzi
Nell’Italia la giornata del 6 maggio 1976 era trascorsa in maniera ordinaria e tranquilla. Viene diffusa la notizia dell’arresto di Edgardo Sogno, sospettato di aver architettato un colpo di stato. Si guarda alle presidenziali degli Stati Uniti e al successo nelle primarie di Carter e Reagan. Nei cinema si vede Gian Maria Volontè che interpreta un personaggio che ricorda Aldo Moro nel film Todo Modo di Elio Petri.
In Friuli era stata una giornata piuttosto calda, quasi un anticipo dell’estate. Una giornata tranquilla e piacevole di piena primavera. Tutto normale sino alle ore 21:00:12, quando quella calma venne lacerata da una scossa di terremoto di 6.4 gradi della scala Richter con epicentro tra Gemona del Friuli e Artegna. La terra trema in tutta la regione e anche nelle regioni vicine. Secondo una leggenda è l’ l’Orcolat, “l’orco”, che si risveglia, l’essere con un nome antico e quasi mitologico che con una forza invisibile e devastante è capace di scuotere la terra e distruggere intere comunità.
Di quel preciso momento oggi abbiamo qualche traccia documentale di tipo audio-video che testimoniano quel momento. Innanzi tutto la registrazione audio effettuata dall’allora giovane Mario Garlatti, che in Via Bernardinis a Udine stava in quel momento riversando una canzone dei Pink Floyd da LP a musicassetta, tramite un registratore a batterie. La scossa e la mancanza di energia elettrica hanno interrotto il giradischi ma non il registratore che ha inciso i rumori e le voci di quel momento, rendendolo un documento rarissimo (a livello mondiale) carico di patos.
Altre testimonianze si possono sentire nella registrazione di un coro di bambini nella scuola elementare di Pressano (TN), intenti alle prove per un concerto: le voci delicate dei bambini sono sopraffatte dal cupo rumore del sisma e dalla voce del maestro che impartisce ordini per evacuare l’aula. La scossa si percepisce anche in alcuni fotogrammi del film “La casa dalle finestre che ridono” di Pupi Avati, dove in una scena si vede la partenza in moto del protagonista e subito dopo le immagini riprese dalla camera fissa sull’edificio di sfondo sobbalzare.
Mano mano che passano i minuti si comprende meglio la dimensione della tragedia. Telefoni e luce sono fuori uso, quindi non si riesce a comunicare. I cellulari non esistono e così è la rete dei radioamatori con il Corpo Emergenza Radioamatori ad essere tra le prime ad attivarsi per trasmettere delle notizie e comunicati di servizio. Le prime testimonianze di questi trasmettitori sono sui danni che rilevano visivamente vicino al loro punto di trasmissione, ma nelle registrazioni di quei comunicati sentiamo già presagire che la situazione e particolarmente grave. L’incrociarsi degli interventi conferma sempre più il timore.
Il radioamatore Giorgio Sattolo è in macchina e sta salendo da Udine verso Gemona. Comunica che già da Tricesimo la situazione è disastrosa e che sta incrociando moltissime auto con il clacson attivato in continuo, segno di trasporto di feriti, invitando a contattare l’ospedale per attrezzarsi all’accoglimento di molti feriti.
Anche gli acquedotti sono distrutti e manca l’acqua. Molti ponti sono inagibili, le strade statali, che spesso attraversano i paesi, sono ostruite dalle macerie Il TG1 circa un’ora dopo da le prime notizie e si mette in contatto con Claudio Cojutti alla sede di RAI di Udine, che però ancora non ha molte informazioni, si parla genericamente di morti. Purtroppo però i soccorritori sono già consci che le vittime sono centinaia. Ancora all’alba del 7 maggio il giornale radio nazionale parla genericamente di qualche morto, quando al cimitero di Gemona le salme sono già circa un centinaio. Il problema è che dai luoghi più colpiti non c’è modo di comunicare.
La mattina del 7 il sole sorge sulle rovine e tutti comprendono la portata del sisma. Colonne di mezzi militari e ambulanze si stanno recando nei comuni disastrati. Le persone ancora vive seppellite nelle macerie sono numerose. I danni ad edifici, collegamenti e infrastrutture sono immensi. La posizione dei paesi e il tipo di edifici, piuttosto vecchi e fatti di sasso, che avevano subito poche modifiche negli ultimi cinquant’anni, amplificarono i danni.
La magnitudo della seconda scossa, la più forte, è di 6,5 della scala Richter, ma anche la durata di circa 52 secondi contribuisce a rendere quell’evento uno dei più gravi del Novecento italiano: il quinto per distruzione e vittime, dopo i grandi terremoti di Messina (1908), della Marsica (1915), dell’Irpinia (1980) e dell’Irpinia-Vulture (1930).
L’epicentro viene inizialmente collocato sul Monte San Simeone, ma studi successivi lo individuarono tra Gemona del Friuli e Artegna, mentre analisi più approfondite lo collocano nell’area del monte Chiampon, tra Pradielis e Cesariis, in una complessa zona di faglie profonde. Qualunque sia la risposta scientifica alla collocazione dell’epicentro, la realtà è una sola: in meno di un minuto, l’intero Friuli ha cambiato volto.
L’area più colpita fu quella a nord di Udine, quella della pedemontana posta a ridosso della pianura. L’area del sisma è estesa per circa 5.700 km², interessando una popolazione di 600 mila abitanti. Le vittime ufficialmente accertate 989 (più uno riconosciuto come vittima nel 2016) e 3033 feriti, mentre gli sfollati si aggirano sui 100 mila. 18 mila le case distrutte e 75 mila quelle danneggiate. L’ammontare dei danni fu calcolato in 4.500 miliardi di lire del 1977, pari a 18.5 miliardi di Euro del 2010. I posti di lavoro persi sono 18.000.
Gemona del Friuli fu devastata: il Duomo e il castello sono crollati, il centro storico registra tantisismi crolli, come anche la zona industriale e centinaia di persone perdono la vita. Venzone, gioiello medievale racchiuso da mura, viene praticamente rasa al suolo. A Osoppo crollano molte abitazioni e parte del forte. A Colloredo di Monte Albano crolla lo storico castello. Anche gli altri comuni maggiori, come Artegna, Bordano, Buja, Faedis, Majano, Moggio Udinese, Pontebba, San Daniele del Friuli, Spilimbergo, Tolmezzo, Tricesimo, Villa Santina subiscono gravissimi danni.
I comuni colpiti sono 137 di cui:
• 45 comuni sono classificati “disastrati”
In provincia di Udine 32: Amaro, Artegna, Attimis, Bordano, Buia, Cassacco, Cavazzo Carnico, Chiusaforte. Colloredo di Montalbano, Faedis, Forgaria del Friuli, Gemona del Friuli, Lusevera, Magnano in Riviera, Majano, Moggio Udinese, Montenars, Nimis, Osoppo, Pontebba, Ragogna, Resia, Resiutta, San Daniele del Friuli, Taipana, Tarcento, Tolmezzo, Trasaghis, Tricesimo, Treppo Grande, Venzone e Villa Santina.
In provincia di Pordenone 13: Castelnovo del Friuli, Cavasso Nuovo, Clauzetto, Fanna, Frisanco, Meduno, Pinzano al Tagliamento, Sequals, Spilimbergo, Tramonti di Sopra, Tramonti di Sotto, Travesio e Vito d'Asio.
• 40 comuni sono classificati “gravemente danneggiati”
In provincia di Udine 35: Ampezzo, Arta Terme, Cercivento, Cividale del Friuli, Comeglians, Dogna, Enemonzo, Fagagna, Lauco, Ligosullo, Malborghetto, Martignacco, Moimacco, Moruzzo, Ovaro, Pagnacco, Paluzza, Paularo, Povoletto, Prato Carnico, Premariacco, Preone, Pulfero, Ravascletto, Raveo, Reana del Roiale, Remanzacco, Rive d'Arcano, San Pietro al Natisone, Socchieve, Sutrio, Torreano, Treppo Carnico, Verzegnis, Zuglio.
In provincia di Pordenone 5: Andreis, Arba, Maniago, Montereale Valcellina e Vivaro.
• 52 comuni sono classificati “danneggiati
In provincia di Udine 31: Basiliano, Buttrio, Campoformido, Corno di Rosazzo, Coseano, Dignano, Drenchia, Flaibano. Forni Avoltri, Forni di Sopra, Forni di Sotto, Grimacco, Lestizza, Manzano, Mereto di Tomba, Pasian di Prato, Pavia di Udine, Pozzuolo del Friuli, Pradamano, Prepotto, Rigolato, San Giovanni al Natisone, San Leonardo, San Vito di Fagagna, Sauris, Savogna, Sedegliano, Stregna, Tarvisio, Tavagnacco, Udine.
In provincia di Pordenone 18: Arzene, Aviano, Barcis, Budoia, Caneva, Cirnolais, Claut, Cordenons, Fontanafredda, Polcenigo, Porcia, Pordenone, Roveredo in Piano, Sacile, San Giorgio della Rinchivelda, San Martino al Tagliamento, San Quirino, Valvasone.
In provincia di Gorizia 3: Cormons, Dolegna del Collio, San Floriano del Collio.
Il disastro non si fermò ai confini italiani. Anche la valle dell’Isonzo, allora in Jugoslavia (oggi Slovenia), fu colpita: Tolmino, Caporetto, Canale d’Isonzo e Plezzo subirono danni rilevanti, ma senza vittime.
I danni furono amplificati da diversi fattori: molti paesi erano costruiti su alture instabili, gli edifici erano antichi e privi di criteri antisismici. Paradossalmente, alcune zone della Carnia, come Cavazzo Carnico e Verzegnis, ebbero meno vittime perché dopo il terremoto del 1928 erano state adottate tecniche costruttive più resistenti. San Daniele del Friuli, già ricostruita dopo i bombardamenti del 1944, resistette meglio strutturalmente, pur subendo gravissimi danni e gravi perdite artistiche e umane.
Le ore successive furono drammatiche. I soccorsi arrivarono lentamente, ostacolati da strade interrotte e comunicazioni assenti. Ma la popolazione reagì immediatamente: si scavò a mani nude, si cercarono i sopravvissuti sotto le macerie. Fu in quei momenti che nacque quello spirito di solidarietà che sarebbe diventato il simbolo del Friuli. Due giorni dopo, lo scrittore Gianni Rodari annotò: “Non si vede più nessuno piangere il secondo giorno dopo il terremoto.”.
Il 12 maggio, l’arcivescovo di Udine, mons. Alfredo Battisti, pronunciò la frase che avrebbe guidato la ricostruzione: “Prima le fabbriche, poi le case e poi le chiese.”.
Ma la terra non aveva finito di tremare. Dopo mesi di scosse di assestamento, a settembre arrivò una nuova fase devastante. L’11 settembre 1976 due scosse (magnitudo 5.3 e 5.6) colpirono la regione.
Poi, il 15 settembre 1976, alle 5:15 e alle 11:21 (in alcune rilevazioni 5:20 e 11:15), due nuove scosse fortissime – fino al X grado Mercalli – completarono la distruzione. La seconda venne persino filmata da un operatore RAI a Gemona.
I comuni già devastati, come: Gemona del Friuli, Venzone, Buja, Osoppo, Trasaghis, Bordano, Montenars e la frazione di Monteaperta, subirono nuovi crolli. Oltre 100.000 persone furono costrette ad abbandonare definitivamente le proprie case.
Il commissario straordinario Giuseppe Zamberletti organizzò in pochi giorni un’operazione imponente: circa 40.000 sfollati vennero trasferiti sulla costa adriatica, in località come Lignano Sabbiadoro, Grado, Bibione e Jesolo, che divennero per mesi una seconda casa. Parallelamente, venne avviata una gigantesca operazione abitativa: 9.252 alloggi costruiti dalla Regione, 11.748 realizzati con il supporto del Commissario, 350 villaggi prefabbricati. Al 1° maggio 1977, oltre 75.000 persone vivevano in questi insediamenti.
Già l’8 maggio 1976, il Consiglio regionale stanziò 10 miliardi di lire. Zamberletti, nominato commissario con pieni poteri, coordinò gli interventi insieme alla Regione e ai comuni. Gli Stati Uniti contribuirono con aiuti immediati attraverso la base di Aviano e con circa 100 milioni di dollari per la ricostruzione, oltre a mezzi e attrezzature.
La ricostruzione fu rapida e innovativa. I fondi statali – oltre 12.905 miliardi di lire (fino a 29.000 secondo altre stime) – furono gestiti in gran parte a livello locale, con controlli rigorosi. Circa 500 miliardi furono destinati alla ripresa economica.
Entro il 31 marzo 1980, tutti gli sfollati rientrarono nei loro paesi, almeno in prefabbricati. La ricostruzione completa durò circa dieci anni, seguendo il principio indicato da Battisti: "prima le fabbriche, poi le case, infine le chiese".
Venzone divenne il simbolo della rinascita: il suo centro storico fu ricostruito pietra su pietra con la tecnica dell’anastilosi. Ancora oggi, su alcune pietre, si leggono i numeri usati per ricollocarle.
Nel 1998, Gemona veniva descritta come una città apparentemente identica a prima del terremoto, ma in realtà completamente ricostruita dopo che l’Orcolat l’aveva distrutta.
Da questa tragedia nacque anche la moderna Protezione Civile italiana e un modello di gestione dell’emergenza e della ricostruzione diventato un riferimento internazionale: il “Modello Friuli”.
E soprattutto rimase una memoria collettiva, racchiusa in una frase che ancora oggi rappresenta l’anima di quella esperienza: “Il Friuli ringrazia e non dimentica”.
Una memoria fatta di dolore, ma anche di dignità, organizzazione e straordinaria capacità di rinascita.
• Viaggio in Friuli Venezia Giulia