di Giorgio De Zorzi
La chiesetta di Sant’Antonio di Padova si trova a Udine in Via Pracchiuso, alla confluenza di questa in piazzale Guglielmo Oberdan.
Nel 1328, dopo la discesa in Italia dell'imperatore Ludovico il Bavaro, che cercava di farsi riconoscere da papa Giovanni XXII re dei Romani e la conseguente minaccia della calata in Friuli del duca di Carinzia, il Patriarca di Aquileia Pagano della Torre, guelfo, sostenitore del papa, decise di rinforzare le difese della Patria e di costruire a Udine una nuova cerchia di mura, quella che sarà indicata come la quinta. Con la costruzione di questa cerchia muraria difensiva (precedentemente c’era un sistema di palizzate, fossa e dossi) vennero inglobati alcuni villaggi della periferia tra cui Pracchiuso, dove verrà costruita una porta, presso l’odierno piazzale Oberdan.
I resti di Porta Pracchiuso sul finire dell'Ottocento.
Qualche anno più tardi, nel 1355, Nicolò Valentinis decise di erigere presso porta Pracchiuso una chiesa dedicata a San Valentino. La famiglia Valentinis era una famiglia di ricchi mercanti di panni, originari di Aquileia, giunti a Udine con Valentino, nonno di Nicolò. Fecero assai fortuna e alla terza generazione, Valentino (+1340), fratellastro di Nicolò, poteva contare su una rendita di più di mille ducati. Suo socio era Gubertino da Novate (nel Cremonese) (+1354) che genererà la famiglia Gubertini. I Valentinis e i Gubertini, quindi si stavano ricavando un ruolo importante in città. L’erezione della chiesa rappresenterà quindi un ulteriore passo nel prestigio cittadino.
Grazie anche alla sua intitolazione, certamente dovuta alla memoria dei familiari, ma probabilmente anche per celebrare un santo protettore contro la peste, a pochi anni di distanza dalla grande pandemia di peste nera del 1348-1353. Inoltre, la collocazione a ridosso di una porta cittadine (Porta Pracchiuso) era abbastanza usuale in chiave di protezione a della città (si veda anche la chiesa di San Rocco.
La chiesetta divenne pertanto il riferimento religioso del Borgo in un periodo in cui il monastero di San Gervasio e Protasio (origine del convento della Madonna delle Grazie) versava in un prolungato stato di decadenza, per i problemi dell’ordine benedettino, al quale solo da qualche anno erano subentrati nella sua gestione i Celestini, per una sua rinascita, che tuttavia sarà effimera. Sul finire del secolo successivo nacque anche una Confraternita di San Valentino di cui abbiamo notizie certe dal 14 febbraio 1513. Un anonimo scritto del 1660 riporta che nel 1535 venne rifatto l’altare (Dell’Oste).
Essendo il piccolo oratorio però insufficiente alle necessità del borgo, sarà proprio la Confraternita che si farà promotrice nel 1543 della costruzione di una nuova chiesa. Il 16 ottobre di quello stesso anno, con atto presso il notaio Francesco Belgrado, il conte Manino Manin dona alla confraternita una casa con stalle cortile e orto (broilo), dove la Confraternita teneva riunione. La famiglia Manini de Bucy (venetizzato in Manin), originaria di Fiesole era giunta a Udine dalla Toscana nel Duecento, in seguito alle lotte tra Bianchi e Neri. E diverà poi tra le più cospicue del patriziato veneto. Ancora agli inizi del Novecento, la famiglia Manin riceveva dalla Confraternita di San Valentino dei ceri e dei pani benedetti per la loro donazione.
Lasciata in abbandono dopo la costruzione della nuova chiesa di San Valentino nel 1574, che diverrà poi la parrocchiale. Nella visita apostolica del 1584-85 commissionata da papa Gregorio XIII a Cesare de Nores, vescovo di Parenzo nella diocesi di Aquileia, questi si vede costretto ad interdirla al culto per lo stato deprecabile, essendo senza vetri, intonaco e redditi di sussistenza. Tuttavia il provvedimento fu una mera constatazione dello stato, visto che nessuno più vi celebrava.
La vecchia chiesetta venne poi definitivamente soppressa al culto con le leggi napoleoniche e venne quindi utilizzata per usi profani. Pare che ospitò persino un’osteria, nel 1812, con il nome Alla Fenice e poi, gestita da Antonio Sedco, con il ben più macabro nome di Osteria del Boia.
Questo nome venne mutuato dal fatto che storicamente il boia della città aveva in usufrutto un orto posto nei pressi di Via Tomadini, terreno che viene citato già in un documento del 1480 in cui è scritto che Ser Nicolò di Donna Onesta donò al convento dei Serviti la sua braida del Boia “posita in Utino in loco dicto Pracluso”. Si aggiunga che appena fuori porta Pracchiuso, presso il fossato, vi era un luogo in cui solitamente venivano esposti i cadaveri dei condannati a morte.
La notizia dell’osteria viene riportata nella monumentale opera di Giovanni Battista Della Porta sulle case udinesi, presa dagli scritti delle Pagine Friulane del 1901. Però nella pubblicazione si unificano le notizie sulla chiesetta e sul vicino stabile n. 1461, esistente agli odierni civici 28, 30, 32, di cui forse era una pertinenza. Non è quindi ben chiaro dove fosse precisamente l’osteria, anche se la sede nella chiesetta sembra una memoria condivisa ed il nome Alla Fenice può far pensare ad una rinascita dopo un lungo abbandono. Dopo il 1820 fu per qualche decennio abitata dalla famiglia Malisani, pagando ai conti Valentinis 60 lire annue di pigione. Nel 1848, durante i moti d’indipendenza, da una cinquantina di patrioti fu eletto posto di guardia a difesa di porta Pracchiuso.
Il 16 febbraio 1857 il conte Marco Valentinis vendette l’edificio ai signori Luigi Gobessi e Anna Scrosoppi, che da allora lo affittarono ai più svariati utilizzi, come rivendita di vini, rivendita di liquori e di caffè, deposito militare e magazzino. Questo sino a quando il parroco della Madonna delle Grazie, mons. Pietro Dell’Oste, il 10 giugno del 1900 acquistò la chiesetta dagli eredi di Anna Scrosoppi Gobessi (siore Anute), morta improvvisamente poco tempo prima, proprio mentre aveva espresso al parroco la volontà di cederlo per ripristinarne il culto.
Il restauro fu affidato al prof. Giovanni del Puppo. In tre mesi fu diligentemente restaurato dalla ditta Nicolò e Pietro Zorattini, rifacendo anche la torretta campanaria, ormai erosa, ricavando la foggia da un disegno della città risalente al Seicento. Le nuove campane furono fuse dalla ditta De Poli. Per gli altri elementi, lavorarono: per le vetrate policrome G. Calligaris; per il ferro Francesco Pittaro; per la pietra G. Gregorutti; per il legno G. B. Monaco e A. Marostica; per le pancate M. Taddio. Dalla chiesa di San Pietro Martire fu portata una statua del Redentore, opera del 1894 dei fratelli Bonanni.
La chiesetta prima del restauro e ristrutturazione del 1901.
La chiesetta ai gioni nostri.
Il 29 dicembre 1901 l’arcivescovo Pietro Zamburlini la riconsacrava, intitolandola al Santissimo Redentore. L’intitolazione risenteiva del Giubileo del 1900 in cui il papa aveva esortato la creazione di chiese intitolate al Gesù Cristo Redentore in vari luoghi d’Italia, tra cui diciannove località montane. In Friuli fu fondata una chiesetta con questa intitolazione sul Matajur (alla cui cerimonia per la posa della prima pietra, tra l'altro, partecipò mons. Dell'Oste in rappresentanza dell'Arcivescovo).
Ma le disavventure di questa chiesetta non finirono, perché l’edificio nelle guerra 1915-18 fu requisito dal Comando supremo italiano per farne deposito di materiale sanitario. Scalfito dal fuoco dei combattimenti fuori Porta Pracchiuso al avvicinarsi degli austro-tedeschi alla città, l’edificio venne poi saccheggiato dagli austriaci nel 1918, solo dopo diversi mesi di occupazione, quando si scoprì il contenuto (valutato 100.000 lire di allora), per dieci mesi occultato dal parroco mons. Dell’Oste.
I gendarmi fecero anche precipitare le campane, che però dopo l’energico intervento del parroco, con regolamento austriaco alla mano, furono poste nuovamente nel campaniletto, visto che la Madonna delle Grazie e le sue pertinenze erano state esentate dalla requisizione che colpì le chiese di tutto il Friuli.
Dopo la guerra continuò la sua funzione di deposito, specie di mobili, sino al 1956. In quell’anno il cavalier Gregorio Job, prese a cuore le sorti della chiesetta, essendo che quotidianamente incrociava l’edificio la sera, quando dopo il lavoro dalla sua abitazione in Via Quintino Sella si recava a svagarsi all’osteria della Casa Rossa.
Donò la somma di un milione per far restaurare l’oratorio e dedicarlo a Sant’Antonio di Padova. Santo che vanta una diffusa devozione in Friuli e che nel 1227 aveva sostato in borgo Pracchiuso, mentre era in viaggio per Gemona, per predicare agli udinesi. Secondo la leggenda lo fece da sopra un gelso, forse per la sua bassa statura.
Si fecero quindi i lavori necessari, che compresero il tetto, la costruzione dell’altare, la levigazione del pavimento a l’allacciamento elettrico.
Il 10 marzo 1957 si tenne la solenne cerimonia di riconciliazione della chiesa. Dopo la messa delle 17, in processione dalla Madonna delle Grazie, il parroco, delegato dall’ordinario, procedette alla formula di rito, alla benedizione del tabernacolo e della statua di Sant’Antonio. Il 13 giugno successivo fu celebrata nella chiesetta la festa del santo.
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