Di Giorgio De Zorzi
Lucio Antonio della Torre fu una delle figure più romanzesche e ribelli della nobiltà friulana. Ma, purtroppo, ben lungi dall’essere un friulano Robin Hood, si macchiò di molti e gravissimi delitti.
Nacque il 28 febbraio 1695 probabilmente a Villalta di Fagagna, presso il castello della sua famiglia, da Sigismondo e dalla nobile veneziana Cecilia Mocenigo. Sigismondo, figlio di Carlo, era ciambellano e consigliere intimo dell’imperatore Leopoldo I.
Lo stile dell’esercizio del potere, usato nella maniera più assoluta e priva di scrupoli o regole morali, lo apprese in famiglia sin dalla tenera età. Il nonno Carlo si distinse per l’abuso della sua carica di Capitano di Trieste e Gorizia, favorendo senza pudore parenti e amici a scapito del proprio dovere. Giunse al culmine assassinando il conte Petazzi di Trieste, suo rivale. Ma se per questo delitto riuscì a farla franca, per aver sedotto e rapito la moglie d'un alto dignitario imperiale, fu condannato ad essere rinchiuso nella fortezza dello Schlossberg di Graz dal luglio del 1671, in sospetto anche di congiura contro lo stato, dove vi rimase sino alla morte che sopraggiunse il 5 marzo 1689.
Non da meno i suoi tre figli: il padre di Lucio, Sigismondo; il secondogenito Lucio e il terzogenito Girolamo. Sigismondo, come detto dignitario della corte imperiale, maresciallo della contea di Gorizia e di quella di Gradisca, maggiordomo della provincia del Cragno e credenziere del ducato di Carinzia, si macchiò di misfatti di ogni tipo. Fece anche abbattere a Udine, senza averne l’autorità, ma solo per una migliore vista, delle povere case di mercanti. Cercò di fare lo stesso con altri edifici di proprietà dei nobili Caimo, ma questi gli seppero resistere. Alla fine fu bandito da Udine il 9 agosto 1697, su sentenza del Consiglio dei Dieci, pena la decapitazione in caso di trasgressione. Il terzo figlio, Girolamo viveva invece asserragliato nel castello di Spessa, nel goriziano, reo dell’omicidio di un ortolano, con una banda a lui fedele, spadroneggiava nella zona commettendo ogni tipo di soprusi. Il secondogenito del nonno Carlo, morì precocemente a Udine e non ebbe il tempo materiale per distinguersi in questa sinistra gara. Non mancò però di incitare i fratelli a sopraffarsi senza remore l’un l’altro per accaparrarsi l’intera eredità.
L’invito fa leva sull’animo dell’avido Girolamo, che mirava ad ereditare l’intero patrimonio per destinarlo alla sua discendenza, vedendo nel primogenito Sigismondo, padre di Lucio Antonio e Carlo, il principale ostacolo. Dispose quindi, “fraternamente", il 15 novembre 1699 di introdursi con dei complici in casa di Sigismondo e farlo oggetto di diverse archibugiate. Proprio un colpo di Girolamo ferisce gravemente Sigismondo, che viene trasportato dalla moglie a Cargnacco, presso un chirurgo, dove però otto giorni dopo muore. Sembra che in un ultimo sussulto di amorevole affetto, Girolamo abbia corrotto il chirurgo perchè affrettasse la dipartita. Tuttavia Girolamo vide crollare il suo progetto sui beni familiari, perché il Consiglio dei Dieci lo bandì dalla repubblica, confiscandogli tutti i beni. Va detto che in quanto nobili imperiali, questi personaggi godevano di una certa immunità e quindi non era facile per Venezia condannarli direttamente a morte.
Tra queste figure, che potremmo definire manzoniane, cresce Lucio Antonio, sicuramente segnato da questi tragici eventi. E su questo solco dimostra ben presto di essersi incamminato. La madre tenta di frenarlo, mandandolo con il fratello presso il collegio dei Gesuiti di Venezia. Tuttavia, insofferente ad ogni disciplina, refrattario agli stimoli culturali, tralascia gli studi per dedicarsi piuttosto ad eccellere nell’esercizio fisico e nell’uso delle armi. Cavalli, caccia e duelli divengono i suoi principali interessi durante l’adolescenza, uniti agli ozi ed ai bagordi veneziani.
Tuttavia Venezia risulta stretta rispetto alla sua voglia di prevalere e sentirsi padrone e signore. Ben più adatto risulta invece il castello di Villalta, dove, ancora adolescente, a capo di una banda di prezzolate ma fidate canaglie, fa a gara con i cugini, figli di Girolamo, nel tiranneggiare i villici, schiamazzare di notte nei borghi, opprimere, taglieggiare e bastonare, chiunque davanti a lui non chini il capo tremante o chi, parente di qualche ragazza da lui molestata o stuprata, osi protestare. In pratica, un godere sfrenato dell’ebbrezza che gli provoca l'esercitare in maniera dispotica e assoluta il suo potere, puntando a vette sempre più alte di sadismo e ferocia.
La madre di Lucio Antonio, a questo punto, spera di frenare i suoi eccessi tramite il matrimonio. Si giunge così alle nozze, il 29 marzo 1712, a 17 anni, con Eleonora di Madrisio, figlia di Giovanni Enrico. Ma la mite e timida Eleonora, non riesce a sortire nessun effetto sull’animo di Lucio, che anche in ambito familiare si rivela brutale, rozzo e manesco. Nel frattempo, dopo che la madre muore nella bella dimora di Pordenone, forse a causa di un veleno somministratole dal figlio, Eleonora da a Lucio un figlio che verrà chiamato Carlo.
Questa nascita però non allieta la famiglia, ne attenua i violenti dissapori familiari. Sorpresa la moglie a confessare tra le lacrime questa situazione ad un prete, Lucio le si avventa contro con un bastone, volendole assestarle un colpo. L’istintivo movimento di Eleonora fa sì che bersaglio del colpo sia l’infante Carlo, al quale viene fracassata la testa. Lucio, assolutamente indifferente all’accaduto, risulterà solo infastidito dal continuo piangere disperato della moglie.
Divenuta sua regola di vita quella di commettere ogni sorta di delitto contro chiunque, raccoglie attorno a sé una masnada di banditi e tagliagole, che raggiungono il numero di quattrocento. Questo suo esercito personale rappresenta una forza difficile da contrastare per molte autorità. Si distinguono per un cappello a falde larghe con coccarda verde ed una tracolla anch’essa verde, tanto che infatti verranno definì i “cordoni verdi". A capo di questa temibile banda, il ventenne Lucio.
Anche il Consiglio dei Dieci inizia a temere questa notevole forza, soprattutto quando Lucio comincia ad amministrare l’autorità emanando a sua firma editti, bollettini e patenti. La banda risulta a capo di un ampissimo contrabbando, difeso tramite le bastonate inflitte ai dazieri veneziani.
A Lucio e alla sua banda bisogna cominciare a pagare dazi di transito sui fiumi e richiedere la concessione di “biglietti di licenze d’armi”. Ordina a "bottegai" e "osti" di fornire "carne, sale, pane ed altro" ad un prezzo da lui fissato. Contemporaneamente il della Torre risulta debitore verso l’Erario di "grossissime somme", rifiutandosi di pagare "decime ed altre gravezze".
Nel 1716, mentre da un lato qualche penna, come quella del teologo agostiniano Carlo Giuliano Ferrucci, loda la famiglia della Torre come esemplare, sottolineando le innumeri virtù di Sigismondo e Girolamo, e dipingendo Lucio più come un giovane scavezzacollo che come incallito criminale (mascherando anche l’infanticidio commesso, attribuendo la primogenitura al secondogenito Sigismondo), l’autorità cominciò ad occuparsi del problema. Il 20 aprile il Consiglio dei Dieci e il 15 ottobre il rettore di Treviso, scagliarono contro Lucio due sentenze per perseguirlo.
La sua risposta sarà quella di sedurre la bellissima Rosalba, moglie di un cancelliere degli Esecutori contro la bestemmia, convincendola a svuotare la casa di tutte le gioie e i beni e a fuggire con lui, generando "scandalo ed universal mormorazione" nel popolo e lo sdegno del Consiglio.
Ritenendosi al di sopra di ogni legge e nonostante le sentenze a suo carico, gira più volte per Venezia con numerosi uomini armati con armi da fuoco, intrattenendosi con le donne disponibili e facendo il galante financo con le monache.
Durante i carnevale del 1717, non teme di togliersi la maschera in pubblico e di essere ben riconosciuto, sino a giungere al sommo spregio verso la Repubblica, nel giovedì grasso, attraversando di corsa piazza San Marco tra la folla, su un calesse tirato da sei cavalli, generando enorme stupore tra la folla. Ma il Consiglio dei Dieci, anche dopo questa ennesima offesa, maschera la sua titubanza definendola prudenza verso l'impero.
Dopo la bravata ritorna a Pordenone e poi a Udine, riprendendo le sue estorsioni e girando per la città con il suo esercito personale (sempre con le armi bene in vista), indifferente ad ogni altro potere. A monito per chi vuole affrontarlo, davanti al suo palazzo, minacciato già di confisca e demolizione, nell’odierna piazza XX settembre, schiererà la sua masnada con le armi spianate durante il passaggio di una "processione votiva", a cui prendevano parte il luogotenente, prelati, "deputati", nobili.
Dopo che la sera prima aveva sostato a Noale, avendo anche cacciato a viva forza il "capitano di campagna" e i suoi pochi soldati, perchè aveva osato volervi alloggiare con lui, l’11 giugno 1717 raggiunge Padova, dove pone il suo alloggio in Borgo S. Croce. Qui alloggia anche un certo numero di soldati. Il 16, giudicato insopportabile il contemporaneo alloggio dei soldati, esce dalla sua abitazione in tenuta da guerra con armatura, archibugio e pistola, seguito dai suoi bravi armatissimi. Muove verso i soldati che però lo accolgono con una scarica di fucileria, a cui risponde. Avviene una furibonda sparatoria, in cui il della Torre deve battere in ritirata, ferito, dopo che uno dei suoi sgherri viene ucciso e altri due feriti (saranno poi impiccati in piazza delle Erbe). Lucio fugge vestito da benedettino a Villalta per poi abbandonare le terre della Repubblica.
Il Consiglio dei Dieci, rompe ogni indugio e il 17 luglio lo bandisce, pena la decapitazione, dai domini della Serenissima, stabilendo una taglia su di lui e confiscando tutti i suoi beni, destinati innanzitutto a risarcire le sue vittime. Demolito e spianato il suo palazzo, al quale sarà proprio il Luogotenente Giovanni Sagredo a dare i primi colpi di piccone, verrà eretta al suo posto una colonna d’infamia (che verrà abbattuta alla caduta della repubblica la notte del 28-29 luglio 1797). I due “giganti" davanti al palazzo saranno portati in piazza Contarena, l’odierna piazza Libertà.
Tanto per aggiungere colore alla dinastia, va notato che il palazzo alla fine del Cinquecento apparteneva a tale Antonio Martino, ricco mercante tedesco. Questi aveva tre figlie che diede in marito a un della Torre, ad un Savorgnan e ad un Manin. Martino stabilirà per ognuna la dote di centomila ducati. Sistemate le figlie, fece un testamento con cui lasciava tutto il resto della sua sostanza ai poveri di Cristo, tramite il pio Ospedale della città. A questo testamento si oppose il della Torre, sostenendo di essere anch’egli povero di Cristo. E alla fine l’Ospedale, per non entrare in contesa con il della Torre, rinunciò al lascito.
Lucio intanto si era rifugiato a Gorizia, con Rosalba, supplicando il perdono a nome di moglie e figli. Sostentato saltuariamente dal suocero, dopo qualche tempo anche Rosalba lo abbandonò, lasciandolo a barcamenarsi, seducendo e circuendo donne d’ogni età, purchè abbienti, per carpirne i beni. Mal tollerato in città per questi costumi, si trasferisce a Tolmino, seguito dalla sua fama di donnaiolo. Ma anche in questo piccolo paese, specie dopo aver avuto molte relazioni di ogni ceto e qualche gravidanza, fu minacciato della vita, al punto tale da dover ripiegare come ospite presso il castello di Farra d'Isonzo del conte Rizzardo di Strassoldo, fratello di sua suocera. Rizzardo viveva qui con la moglie Marianna Malvicchia e i due giovani figli, Niccolò e Ludovica.
Lucio, ospite davvero squisito, ricambiò l’ospitalità seducendo la moglie di Rizzardo, Marianna. Forse trovandola troppo matura o forse per non perdere un’occasione, rivolse il suo fascino anche alla figlia, mettendola incautamente incinta. Si invocarono subito nozze riparatrici per placare l’ira dei parenti e soprattutto del fratello. Vi è solo in ballo il piccolo problema che Lucio è già sposato con Eleonora, peraltro cugina di Ludovica.
La soluzione della famiglia, condivisa da Lucio, non tarda ad emergere: bisogna sbarazzarsi della moglie. Nicolò Strassoldo, assieme alla domestica, sua amante, Orsola Sgognico, raggiunge Noale il 2 febbraio 1722, dove Eleonora abitava con i figli di Lucio. Accolto con favore, Nicolò si fermerà sino all’8 febbraio, quando decide di introdursi nella camera della sventurata Eleonora e fracassarle i cranio con il calcio di una pistola.
La rapida fuga non è che la conferma dell’autore del delitto. Il Consiglio dei Dieci il 16 marzo condanna in contumacia sia il della Torre come mandante che il cugino carnale come esecutore, oltre che la complice Orsola Sgognico detta "Gurissizza". Anche la casa di Noale verrà spianata e sul luogo eretta una colonna infame.
Finalmente le insistenti richieste di Venezia vengono recepite anche dalla corte viennese, presso cui Lucio della Torre non era molto ben visto, avendo già scontato quattro mesi presso le prigioni del castello di Lubiana, per aver deflorato la figlia di un barone di Klagenfurt. Questa era la goccia che probabilmente fece traboccare il vaso, anche per il fatto che Eleonora era la nipote del rappresentante imperiale a Venezia, Giovanbattista Colloredo.
Al diffondersi della notizia, il capitano di Gradisca con trenta uomini si presenta al castello di Farra d'Isonzo, dove Lucio e gli Strassoldo sono asserragliati. Un primo tentativo di irruzione viene sventato con tre gravi feriti tra i soldati. Tosto il capitano viene raggiunto dal rinforzo di centocinquanta soldati e otto canoni e dopo tre notti e due giorni d’assedio il castello capitola. Vengono tradotti in prigione a Gradisca Lucio, Nicolò Strassoldo con la madre, la sorella e l'amante di questo, Orsola "Gurissizza".
Durante lo svolgimento del processo, Lucio cerca di scaricare le colpe su Nicolò e sulla madre, anche con la testimonianza di alcuni specchiati cavalieri goriziani, sostenendo che Nicolò fosse mosso da avidità e volesse derubare Eleonora. I giudici tuttavia non gli credono e vedono in Lucio, Marianna e Nicolò le menti del delitto, con quest’ultimo esecutore materiale. Ludovica e Orsola verranno considerate come sostanziali spettatrici, succubi della malvagità del trio.
Il tribunale giungerà a sentenza il 26 giugno 1723, stabilendo per i tre la decapitazione più supplizi accessori. Sottoscritta dall'imperatore Carlo VI, la sentenza verrà eseguita il 3 luglio a Gradisca d’Isonzo.
A Lucio Antonio della Torre viene risparmiata la ruota per disposizione di Vienna e, confessato e assolto, viene decapitato, a ventotto anni. A Marianna Strassoldo viene inferta una “tanagliata" al braccio destro e poi decapitata, a quarantadue anni. A Nicolò Strassoldo vengono inferte due tanagliate e con un sol colpo recisa una mano e decapitato, a circa 22 anni. Orsola, obbligata ad assistere alle esecuzioni, dovrà servire per un anno all'ospedale della fortezza di Gradisca con la catena ai piedi. Ludovica, caduta in deliquio, verrà risparmiata dello spettacolo e rinchiusa in un convento. Il figlioletto avuto da Lucio viene affidato ad una levatrice e vivrà con una modesta pensione della corte. Venezia, contemporaneamente, colpirà con il bando il fratello di Lucio, Carlo, e i loro cugini, i figli di Girolamo.
Questi fatti getteranno molta ombra presso tutti i rami della famiglia della Torre, tanto che quando Carlo VI giungerà in visita a Gorizia, il 5 settembre 1728, durante la messa solenne che verrà celebrata, essi non avranno il consueto onore di precedere l'imperatore con lo spadone in mano.
La discendenza legittima di Lucio però non seguirà il suo esempio. La figlia Cecilia sposerà il nobile cividalese Riccardo de Portis, mentre Sigismondo, nato nel 1715, condusse una vita irreprensibile, tanto che alla caduta di Venezia e all’arrivo degli austriaci nel 1798, potè vedere abbattuta le colonne d’infamia di Udine e Noale e rivendicare alcuni diritti sulle sue proprietà e i suoi titoli, prima di morire nel 1804.
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