di Giorgio De Zorzi
La Basilica Patriarcale di Aquileia, comune in provincia di Udine, intitolata a Santa Maria Assunta, per storia ed arte è uno dei più grandiosi ed importanti monumenti religiosi d’Italia.
La storia della sua costruzione è molto complessa: nell’epoca di Augusto (I secolo a.C.) esisteva qui una casa signorile, una domus, con ingresso dalla zona del porto; vicino ad essa si trovavano dei magazzini, probabilmente collegati alle attività portuali. Con lo svilupparsi del cristianesimo, all’inizio del IV secolo si costituì in quest’area il primo complesso di culto cristiano, promosso dal vescovo Teodoro, dopo l’Editto di Milano del 313.
Quando Costantino con questo editto dava libertà di culto ai cristiani, il vescovo Teodoro (308-†319) si occupò di sviluppare questo complesso, facendo costruire edifici destinati al culto in un’area rettangolare. Il complesso comprendeva due grandi aule parallele, oggi dette settentrionale e meridionale, collegate da un’aula trasversale. Vi era inoltre un battistero e altri ambienti, probabilmente connessi alla residenza del vescovo.
L’aula meridionale era una delle principali aule del complesso teodoriano. La sua vastità si spiega con la necessità di accogliere una comunità cristiana ormai numerosa. I mosaici pavimentali delle due aule appartengono alla prima grande fase edilizia cristiana di Aquileia e presentano programmi decorativi di straordinaria ricchezza.
Con il passare del tempo il complesso teodoriano divenne insufficiente a contenere i fedeli e, verso la metà del IV secolo, fu sostituito da una nuova grande basilica, più ampia, affiancata da un nuovo battistero. In seguito, alla fine del IV e all’inizio del V secolo, sotto il vescovo Cromazio, il complesso basilicale raggiunse dimensioni analoghe a quelle dell’attuale basilica, ad eccezione del transetto e dell’abside con la cripta sottostante. Con l’assedio e la distruzione di Aquileia da parte di Attila nel 452, la città subì gravissimi danni; la basilica, tuttavia, continuò ad essere utilizzata e fu più volte restaurata e trasformata.
All’inizio del IX secolo, sotto il patriarca Massenzio (811-827), furono realizzati importanti interventi: vennero aggiunti il portico di collegamento con la Chiesa dei Pagani, le strutture aggettanti del transetto e l’abside. La cripta sottostante l’altare maggiore appartiene a questa fase e fu destinata alla custodia delle reliquie dei martiri aquileiesi.
Verso il 1031 il patriarca Poppone (1019-1042) rinnovò profondamente la basilica, rifacendo la facciata, l’abside e i colonnati interni e facendo costruire, nell’area dell’antica aula settentrionale, il possente campanile. La basilica fu consacrata nel 1031. Altri lavori furono eseguiti dopo il terremoto del 1348. Gli archi a sesto acuto appartengono agli interventi gotici promossi dal patriarca Marquardo di Randeck (1366-1381).
La facciata della Basilica Patriarcale è semplice, a doppio spiovente, con una bifora centrale preceduta dai resti di un basso portico, mentre l'’interno si presenta austero e solenne; ha la pianta a croce latina con tre navate, divise da colonne in parte monolitiche di calcare e granito. Il presbiterio e la crociera sono molto sopraelevati. L’attuale pavimento musivo si trova circa un metro al di sotto del livello della pavimentazione di epoca popponiana, rimossa in parte a partire dal 1909 per riportare alla luce il grande mosaico paleocristiano. Ai lati dell’ingresso due acquasantiere riccamente ornate sono state ricavate da due capitelli: uno corinzio di età imperiale e uno di epoca medievale.
I capitelli delle colonne appartengono alla ristrutturazione popponiana. Al di sopra si alzano gli archi ogivali, rifatti all’epoca del patriarca Marquardo di Randeck. Il soffitto ligneo della navata centrale, a carena di nave, risale al XVI secolo ed è stato successivamente decorato e restaurato.
Il campanile sorge sul lato sinistro della Basilica Patriarcale. È alto circa 73 metri e fu eretto da Poppone nell’XI secolo, diventando un modello per numerosi successivi campanili del Friuli e dell’Istria. Fu restaurato più volte nel corso dei secoli. All’interno una scala a chiocciola porta alla cima, da dove si gode un incantevole panorama.
La navata destra della Basilica Patriarcale
Cinquecentesca è la fonte battesimale in marmo. Segue una cappella con una scultura policroma della Pietà di scuola tedesca, della fine del Quattrocento. Quindi, chiusa da una cancellata, la cappella di Sant’Ambrogio, detta anche cappella dei Torriani, risalente alla fine del XIII secolo, che custodisce i sarcofagi di alcuni patriarchi della famiglia della Torre.
Essa contiene quattro sarcofagi, due in pietra d’Istria e due in marmo rosso di Verona. Secondo la tradizione, da sinistra verso destra, sono quelli di Raimondo della Torre, Pagano della Torre, Rainaldo, tesoriere della Chiesa aquileiese, e Ludovico della Torre.
Troviamo inoltre la pietra tombale di Allegranza da Rho (†1300), moglie di Moscone della Torre e madre di Gastone. Alle pareti sono conservati affreschi raffiguranti la Crocifissione e i Santi Ambrogio ed Ermacora, oltre a un lacerto con la Madonna della Misericordia.
Sull’altare si trova il polittico di Pellegrino da San Daniele, datato 1503, con la preziosa cornice lignea intagliata e dorata. Il trittico raffigura al centro i Santi Pietro e Paolo, a sinistra i Santi Ermacora e Fortunato e a destra San Giorgio e San Girolamo; nella cimasa è raffigurato il Cristo risorto con due profeti. Nella predella sono rappresentate scene della storia di San Pietro e Sant’Ermacora e della missione di San Marco ad Aquileia.
L'interno della Basilica Patriarcale. (Foto da Wikipedia)
Il presbiterio della Basilica Patriarcale
Braccio destro della crociera - Qui, a sinistra, si trova la cappella di San Pietro, chiusa da un recinto di bei plutei di arte longobarda, risalenti all’epoca del patriarca Massenzio (IX secolo). Queste lastre erano originariamente parte della recinzione del presbiterio massenziano.
Nel catino si trova un affresco con Cristo benedicente in trono con gli Evangelisti, di epoca più tarda. Sull’abside troviamo inoltre l’affresco del Volto Santo. A sinistra della cappella, su quattro colonne di forme gotico-veneziane, si trova il sarcofago detto di San Marco papa, del XIV secolo. Sulla fronte è raffigurato Sant’Ermacora con alcune vergini aquileiesi, mentre sul retro è rappresentato Cristo tra due donatori.
Per una porticina vicino alla scalinata si scende nella cripta degli affreschi, lunga circa 9,50 metri e larga circa 10,60 metri. È a tre navate e conserva un importantissimo ciclo di affreschi romanici, databile alla seconda metà del XII secolo. Le scene raffigurano episodi della vita di Cristo, della Vergine, di San Marco e dei Santi Ermacora e Fortunato. La struttura della cripta, invece, risale al IX secolo, all’epoca del patriarca Massenzio.
Cripta degli affreschi (Foto da Wikipedia)
Presbiterio - Il presbiterio presenta una struttura rinascimentale con un’alta scalinata, con a destra l’altare del Sacramento, opera di Bernardino da Bissone. Una bellissima Pietà si trova a sinistra; in simmetria, una costruzione analoga contiene l’organo del 1898. Al centro si trova la tribuna, opera sempre di Bernardino da Bissone, con finissima decorazione. Di Sebastiano e Antonio da Osteno è l’altare maggiore, datato 1498, con mensa romanica.
Nel catino absidale e sulle pareti si trovano gli importanti affreschi dell’epoca del patriarca Poppone, raffiguranti la Madonna con Bambino e i simboli degli Evangelisti. A sinistra sono rappresentati i Santi Marco, Ilario e Taziano, mentre a destra Ermacora, Fortunato ed Eufemia.
A sinistra, in dimensioni più piccole, si vede Poppone che presenta alla Madonna il modello della chiesa. A destra, tra i Santi Ermacora e Fortunato, sono raffigurati l’imperatore Corrado, l’imperatrice Gisella, il principe Enrico, figlio di Corrado, e Adalberto duca di Carinzia. Al di sotto si sviluppa una teoria di Santi Martiri. Una cattedra vescovile, forse risalente all’epoca di Poppone, è posta al centro dell’abside.
Braccio sinistro della crociera – Sostenuto da quattro colonne, presenta un paliotto con Santi Martiri, forse riconducibili alla tradizione dei martiri aquileiesi. Restano inoltre tracce di antichi affreschi e, nell’abside sinistra, avanzi di decorazioni con figure di Santi, molto danneggiate e databili a partire dal Medioevo.
L’altare è moderno (1960) ed è decorato con lavori in bronzo di Carlo Sbisà. Su un capitello a sinistra si trova la Madonna del Latte, opera del XIII secolo. Alla parete nord un bassorilievo raffigura Cristo tra i Santi Pietro e Tommaso di Canterbury, appartenente a un altare del XII secolo.
Andando verso l’uscita, a sinistra, si trova il Cristo della Trincea, opera dello scultore-soldato Edmondo Furlan, realizzata durante la Prima guerra mondiale.
La navata sinistra della Basilica Patriarcale
Nella navata sinistra si trova la trecentesca cappella del Rosario, di forma quadrata. Secondo gli studiosi, in quest’area doveva sorgere una struttura campanaria già al tempo di Massenzio. Nella recinzione si trovano due statuette di un’Annunciazione del XIV secolo, mentre l’altare è barocco.
Alla parete destra si trova un affresco del XIV secolo che rappresenta la Madonna in trono. Segue una cappella semicircolare con un Crocifisso ligneo e con sette statuette in legno della fine del XV secolo. Nella seconda campata si trova il Santo Sepolcro, una costruzione circolare di epoca romanica che riproduce idealmente il Santo Sepolcro di Gerusalemme. La sua presenza ad Aquileia è documentata almeno dal 1077. Il monumento fu utilizzato in passato per i riti della Settimana Santa e costituisce una delle più interessanti testimonianze della cultura dei pellegrinaggi medievali.
Una porta dopo il Sepolcro conduce alla Cripta degli Scavi, cioè all’area archeologica che conserva i resti dell’aula settentrionale del complesso teodoriano. Sono visibili l’ingresso originario, parte del pavimento a mosaico e altre strutture delle diverse fasi edilizie, mentre una parte dell’aula è stata occupata dalle fondazioni del campanile di Poppone.
Incerta è la datazione precisa di alcune fasi dei mosaici dell’aula. Il complesso appartiene comunque alla prima metà del IV secolo e gli scavi che ne hanno consentito la conoscenza furono condotti tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, con importanti campagne tra il 1909 e il 1912. I mosaici sono divisi nel senso della lunghezza in quattro campate, separate fra loro da fasce decorative.
Nella prima campata sono da notare gli uccellini stilizzati con la scritta: [Theod]ORE / FELIX / HIC CREVISTI / HIC FELIX, interpretabile come “Felice Teodoro, qui crescesti, qui fosti felice”.
Nella seconda campata compaiono figure di animali diversi, tra cui una lince, una lepre, una capra, asinelli e una gazzella, oltre a canestri e altri elementi vegetali. È presente anche un’iscrizione votiva attribuita a Ianuario.
Nella terza campata, una delle più pregevoli ma ridotta dalla presenza delle strutture del campanile popponiano, si incontrano due merli contrapposti ad un trionfo di foglie e melagrane, un cavallo alato, un asinello, fagiani, vasi con foglie e frutta, animali, corni, bastoni da pastore, uccelli, tralci di vite e altre figure. Il ricchissimo repertorio figurativo costituisce uno dei punti più affascinanti del mosaico teodoriano.
La quarta e ultima campata continua la narrazione della precedente, con pesci marini, uccelli, pernici e simbologie cristiane, tra cui la celebre lotta del gallo contro la tartaruga, generalmente interpretata come una rappresentazione simbolica della lotta tra il bene e il male.
Con gli scavi eseguiti dalla Soprintendenza, all’interno della torre campanaria si può ammirare la parte di mosaico sopravvissuta alla costruzione delle fondazioni del campanile. La sovrapposizione delle strutture medievali sui mosaici paleocristiani rende particolarmente evidente la complessa stratificazione storica della Basilica Patriarcale.
I mosaici della Basilica
In origine la superficie a mosaico del complesso basilicale raggiungeva oltre 1.300 metri quadrati. I mosaici dell’aula meridionale sono in larga parte conservati, mentre quelli dell’aula settentrionale vennero gravemente mutilati dalla costruzione del campanile del patriarca Poppone.
I mosaici dell’aula meridionale teodoriana, corrispondente all’attuale navata della Basilica Patriarcale, occupano una superficie di circa 760 metri quadrati. Sono considerati il più grande pavimento musivo dell’Occidente romano oltre a costituire una delle più importanti testimonianze dell’arte paleocristiana. Sono divisi in quattro campate, con una ricchissima successione di riquadri decorativi.
Intorno al tappeto musivo corre un delicato ed elegante fregio a girali d’acanto. L’intera superficie è suddivisa in numerosi riquadri da cornici e semplici linee nere, con una straordinaria varietà di motivi geometrici, vegetali, animali e figurativi.
Il mosaico del Buon Pastore. (Foto da Wikipedia)
Nella prima campata prevalgono motivi geometrici, con ritratti di offerenti. Nella parte mediana si nota la ripresa del tema svolto anche nell’aula settentrionale: la lotta del gallo con la tartaruga. Il gallo, simbolo della luce e del nuovo giorno, è stato interpretato in chiave cristologica, mentre la tartaruga assume un valore simbolico legato alle tenebre e al male. Il significato preciso di alcune immagini resta tuttavia discusso dagli studiosi.
Nel gruppo di riquadri della seconda campata compare un’ampia varietà di elementi decorativi, con splendidi pesci, uccelli su rami e ritratti dei donatori che, con le loro offerte, contribuirono alla realizzazione del mosaico. Sono inoltre rappresentate le stagioni, delle quali sono oggi riconoscibili soprattutto la primavera e l’estate, mentre altre figure sono state perdute o danneggiate dalle successive trasformazioni della basilica. A lato si trova la figura del Buon Pastore, con una pecora sulle spalle e altre pecore accanto, immagine tradizionale di Cristo che conduce e protegge il suo gregge. Gli si accostano l’antilope e il cervo.
Nella terza campata si sviluppano numerose figurazioni di animali, mentre altri riquadri presentano scene e simboli connessi all’offertorio e alla vittoria eucaristica, rappresentazione legata anche alla Chiesa che dopo l'editto di Costantino viene riconosciuta come religione legittima.
Nella quarta campata sono raffigurate le Storie del profeta Giona: Giona gettato in mare e ingoiato dal grande pesce marino, Giona rigettato dal pesce sulla spiaggia e Giona che riposa all’ombra di un pergolato. La sequenza è una delle più celebri rappresentazioni del mosaico paleocristiano aquileiese e viene generalmente interpretata come simbolo di morte, salvezza e resurrezione.
Al centro una scritta latina ricorda l’opera di Teodoro: THEODORE – FELI[X] / [A]DIVVANTE – DEO / OMNIPOTENTE – ET / POEMNIO CAELITYS – / TIBI / [TRA]DITUM – OMNIA / GLORIOSE – DEDICAS / TI
Il testo ricorda il vescovo Teodoro e l’opera realizzata con l’aiuto di Dio e con le risorse affidategli, dedicando a Dio le opere compiute. L’iscrizione costituisce una delle testimonianze più importanti del ruolo del vescovo Teodoro nella realizzazione del complesso basilicale paleocristiano.
Aquileia - La Basilica Patriarcale (Foto AFIP)
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