di Giorgio De Zorzi
Presentazione del Vino
Questo vino è un autentico tesoro. Il Picolit è unanimemente riconosciuto come il vino all’apice dell’arte enologica friulana. Vino bianco con una lunga storia che lo vede protagonista sulle tavole di molte corti europee, alimento della famosa definizione: re dei vini, vino dei re.
Il Picolit è un antico vitigno autoctono friulano, oggi coltivato prevalentemente nelle aree collinari del Friuli Venezia Giulia e in particolare nei Colli Orientali del Friuli. La DOCG, riconosciuta nel 2006, seconda in regione dopo il Ramandolo (2001), prevede una percentuale del vitigno che può oscillare dall’85% minimo al 100%, tranne che per la sottozona di Cialla di Prepotto dove invece è prevista la purezza del 100%. Per il restante 15% può essere utilizzato un altro vitigno a bacca bianca autorizzato nella regione, escluso il Traminer Aromatico.
La zona di produzione è compresa nei comuni di: Attimis (UD), Buttrio (UD), Cividale del Friuli (UD), Corno di Rosazzo (UD), Faedis (UD), Manzano (UD), Nimis (UD), Povoletto (UD), Premariacco (UD), Prepotto (UD), Reana del Rojale (UD), San Giovanni al Natisone (UD), San Tarcento (UD), Torreano (UD), Tricesimo (UD). Tutti nella zona est della provincia di Udine.
La zona può avere una resa massima di 4 t per ettaro, con nuovi impianti di 3500 viti per ettaro, mentre la resa massima dell'uva non deve essere superiore al 55% (22 ettolitri per ettaro).
"Uva Picciolito" dalla “Pomona Italiana” di Giorgio Gallesio.
Grappolo di Picolit. (Foto AFIP)
La vendemmia è solitamente effettuata a mano, tenendo conto della maturazione degli acini, che vengono raccolti in successione scalare con due o tre passate. A seconda dell’interpretazione enologica del produttore, le uve possono essere venir fatte appassire (obbligatoriamente su pianta, su graticci o in cassetta) o subito lavorate in bianco, con una pressatura soffice, seguita dalla decantazione statica a freddo e fermentazione a temperatura controllata.
Il titolo alcolometrico di volume del Picolit deve essere minimo al 15% e al 16% per la sottozona di Cialla. Si consente l’affinamento in legno e il vino può essere commercializzato a partire dal 1 settembre dell’anno successivo a quello della vendemmia. Anche in questo caso la sottozona di Cialla fa eccezione, perché richiede la commercializzazione dopo il 1° settembre del secondo anno.
Per il Picolit i numeri raccontano ancora oggi una produzione estremamente limitata. La coltivazione interessa poco più di quaranta ettari nei Colli Orientali con impianti a Guyot e coinvolge un centinaio di produttori, mentre le quantità ottenute rimangono molto contenute a causa di una particolare caratteristica del vitigno: i grappoli si presentano con pochi acini, che però risultano particolarmente ricchi di zuccheri. I dati più recenti disponibili presso il Consorzio indicano per il 2024 71.657 bottiglie rivendicate di Picolit, generalmente commercializzate nei tradizionali piccoli formati, soprattutto da mezzo litro. Si tratta quindi di un vino prodotto in quantità molto inferiori rispetto alla maggior parte delle altre grandi varietà friulane, una rarità che contribuisce alla sua fama di vino prezioso e ricercato.
Al bicchiere il Picolit si presenta di colore ambrato intenso con riflessi dorati, accentuati dall’invecchiamento. Il bouquet è ampissimo, di eccezionale eleganza (tra gli altri: fiori di campo, mandorla, acacia, pesca e castagna), molto amalgamato, mentre al palato offre un sapore dolce-non dolce che riserva numerose sensazioni assai persistenti, tra cui miele, fichi appassiti e vaniglia, che tuttavia non prevalgono in maniera dominante.
Vino da meditazione eccezionale, merita di non essere penalizzato con difficili abbinamenti gastronomici. Può tuttavia ben sposarsi, donando sorprese con formaggi erborinati cremosi, o anche dalla nota piccante. Oppure con pasticceria secca o cioccolato. Va servito fresco ma non freddo, tra i 10° e i 12° C.
La storia del Picolit
Le origini e il conte Asquini
La storia del Picolit è lunga, anche se le origini sono avvolte nella nebbia. Il nome dovrebbe derivare dalle piccole dimensioni degli acini di questo vitigno, che ha anche la caratteristica di non portare a frutto numerosi fiori (acinellatura), generando grappoli con pochi e concentrati chicchi. Pare, secondo alcuni, che già dal tempo dei romani si coltivasse questo vitigno. Le notizie a riguardo sono incerte, ma dal Settecento invece cominciamo ad avere una certa abbondanza di documenti.
Verso la metà del Settecento, il maggior protagonista della diffusione del Picolit friulano fu il conte Fabio Asquini di Fagagna, che seppe trasformare questo vino raro in una vera eccellenza conosciuta ben oltre i confini del Friuli. Pare che già nel 1755, a Venezia, il Picolit comparisse in una carta dei vini insieme a un altro celebre vino friulano, il Rosazzo bianco.
Asquini iniziò a dedicarsi alla commercializzazione del Picolit già negli anni precedenti, ma fu dal novembre del 1762 che avviò un vero e proprio commercio organizzato su larga scala, curandone con grande attenzione ogni aspetto, dalla produzione alla confezione e alla distribuzione. Le bottiglie, realizzate secondo un modello appositamente predisposto dal conte, venivano prodotte a Murano, presso la vetreria «Alla vera amicizia» di Antonio Seguso. Erano di vetro verde, accuratamente lavorato, e costituivano una caratteristica distintiva del Picolit di Asquini. Le bottiglie erano disponibili in due formati; quelle più piccole avevano una capacità di circa mezzo boccale veneziano, cioè 0,6 litri.
Particolarmente innovativa per l'epoca era la cura della confezione. Le bottiglie venivano chiuse con tappi di sughero di ottima qualità provenienti da Londra e recavano una marca applicata sul tappo, quasi un sigillo di autenticità. Successivamente fu aggiunta anche un'etichetta rettangolare sul corpo della bottiglia. La fama del Picolit di Asquini fu tale che non mancarono i tentativi di contraffazione: alcuni commercianti cercarono infatti di vendere come Picolit di Asquini vini prodotti da altri, costringendo il conte a difendere la propria marca e a invitare i clienti a rifornirsi direttamente da lui o attraverso la rete commerciale di Antonio Zanon.
Anche il prezzo testimonia il carattere eccezionale attribuito al vino. Nel 1762 Asquini fissò il prezzo della bottiglia da mezzo boccale a quattro lire venete, prezzo che rimase invariato per oltre trent'anni. Il Picolit di Asquini veniva così venduto a un prezzo circa 37 volte superiore a quello del vino comune, circa 300 euro di oggi, un dato che rende bene l'idea della sua posizione nel mercato dell'epoca.
Le vendite raggiunsero dimensioni notevoli per un prodotto tanto raro. Secondo i dati ricostruiti da Giovanni Panjek, il massimo delle vendite della casa Asquini si raggiunse nel 1785, con 4.757 bottiglie, pari a circa 3.000 litri. Nell'intero periodo del commercio quindi la produzione complessiva fu molto più consistente: fonti storiche riportano infatti che Asquini arrivò a esportare oltre centomila bottigliette del suo Picolit, destinate soprattutto alle corti e ai consumatori più facoltosi d'Europa.
Il commercio raggiunse progressivamente le principali città e corti europee. Le bottiglie partirono da Udine e Fagagna dirette a Londra, Parigi, Amsterdam, Russia, Germania, Genova, Milano, Napoli e Ancona, mentre il Picolit arrivò anche alle corti di Francia e del Regno di Sardegna e alla corte imperiale austriaca. A Trieste, l'imperatore d'Austria lo avrebbe giudicato «migliore di qualunque altro vino».
Anche la corte papale fu deliziata dal Picolit del conte Asquini. Per ringraziamento fu spedita da Mons. Giuseppe de Rinaldis una lettera datata 29 giugno 1765: "Nella villeggiatura di Castel Gandolfo fu fatto l'assaggio del Vostro Piccolitto... furono lasciati addietro gli altri vini prelibati al confronto del medesimo e v'erano di Personaggi che hanno il più raffinato gusto in questo genere fra i quali il cardinale Torrigiani Peroni, Gian Francesco Albani e S.E. il marchese d'Aubeterre, Ambasciatore di Francia...".
Antonio Zanon, in una sua lettera del 1767 lo cita come esempio tra gli altri, della qualità della enologia friulana, che aveva un buon nome in Europa: "Le mense di tutta l'Europa erano allietate da questo delizioso vino. E quanto si glorierebbe l'Inghilterra se avesse le nostre vigne, i nostri Refoschi, i nostri Picoliti, i nostri Cividini e le nostre Ribuole?". Secondo lo Zanon, il vitigno sarebbe di origine africana, trapiantato in Francia, in cui assunse il nome di pique-poulle da cui, sostiene, il nome friulano di Piculìt. Ma non sappiamo da dove deduca queste informazioni. Antonio Bartolini, che sempre nel Settecento, produceva a Buttrio del Picolit, lo considerava originario della zona di Tokaj, in Ungheria.
Goldoni lo definisce la “gemma enologica più splendente del Friuli e fratello del Tokay". La sua fama trascinò anche i vitigni che, come riporta Giovanni Dalmasso nel suo “Storia della vite e del vino”, si diffusero nelle province vicine fino all’Emilia e alla Toscana, portata dal canonico Andrea Zucchini, anche se non sappiamo con quali risultati.
Compare anche come “Picciolito” nella “Pomona Italiana” di Giorgio Gallesio (Finalborgo, 1772 - Firenze, 1839) che fu la prima e più importante raccolta di immagini e descrizioni di frutta e alberi fruttiferi realizzata in Italia, ed edita a dispense dal 1817 al 1839.
Questo vino venne citato anche in numerosi saggi: da uno studio del Conte Odart (1849); nel nel celebre "Catalogo descrittivo delle principali varietà di uve coltivate presso il cav. avv. Francesco Aggazzotti del Colombaro" (1867); da Giuseppe Di Rovasenda nel suo “Saggio di Ampelografia Universale” (1877).
I Perusini
Sul finire dell’Ottocento, prima la peronospora e poi la fillossera, comparsa sul Carso nel 1888, misero in ginocchio la viticoltura friulana, come d’altra parte accadde in gran parte d’Europa. La distruzione dei vigneti e la successiva ricostruzione mediante portainnesti americani modificarono profondamente il patrimonio viticolo, determinando anche la scomparsa o il forte ridimensionamento di numerosi vitigni tradizionali.
Tra quelli che rischiarono di andare perduti vi fu anche il Picolit, già da tempo entrato in una fase di declino dopo la grande stagione settecentesca legata al conte Fabio Asquini. Nell’Ottocento la produzione si era infatti praticamente arrestata e il vitigno rischiava di scomparire dalla viticoltura friulana a causa della sua scarsa produttività.
Agli inizi del Novecento ebbe un ruolo decisivo Giacomo Perusini (1877–1915). Nel 1905, insieme alla moglie Giuseppina Antonini (1874–1975), acquistò la Rocca Bernarda di Ipplis. Tra i vigneti devastati della zona, Giacomo ritrovò alcune viti di Picolit e avviò un paziente lavoro di recupero e di reimpianto, dando nuova vita alla coltivazione del vitigno. Il suo interesse non fu soltanto produttivo: nel 1906 pubblicò uno studio dedicato al Picolit, contribuendo alla conoscenza delle caratteristiche e delle esigenze di coltivazione della varietà.
La morte prematura di Giacomo, nel 1915, non interruppe il percorso. Fu soprattutto Giuseppina Antonini Perusini a mantenere e sviluppare l’attività della Rocca Bernarda, conservando il patrimonio viticolo e contribuendo alla progressiva valorizzazione del Picolit. Nel secondo dopoguerra, insieme al figlio Gaetano Perusini (1910–1977), partecipò alla sua rinascita e alla sua affermazione ben oltre i confini regionali. Lo stesso Consorzio Colli Orientali attribuisce alla famiglia Perusini un ruolo determinante nella rinascita moderna del Picolit.
Nel frattempo, negli anni '20 e '30 del Novecento, la ricostruzione della viticoltura attraverso i portainnesti americani e la progressiva razionalizzazione degli impianti portarono a una profonda trasformazione dell’enologia. La crisi aveva imposto di ricostruire i vigneti, ma anche di identificare con maggiore precisione le varietà e di orientare la produzione verso vini ottenuti da vitigni meglio definiti.
Il Picolit rimaneva però una varietà particolarmente difficile da coltivare. La sua caratteristica più peculiare, il parziale aborto floreale, determina infatti grappoli molto poveri e una produzione naturalmente limitata..
Proprio questo problema fu al centro degli studi e del lavoro di Gaetano Perusini, agronomo e studioso, che proseguì l’opera del padre dedicandosi alla viticoltura e alla valorizzazione del patrimonio enologico della famiglia. Dai 2000 ceppi messi a dimora da Giacomo Perusini, nel 1935 il figlio Gaetano selezionò prima quindici e poi, tra questi, quattro ceppi che avevano buone caratteristiche di adattabilità ad un clima ostile. Da qui venne iniziato il vero e proprio rilancio del vitigno, superando anche i pareri contrari di molti studiosi, da cui fu possibile ottenere poi un vino eccezionale.
Nel secondo dopoguerra comincia a diffondersi una nuova cultura del vino, tanto che Luigi Veronelli giunse per la prima volta in Friuli nel 1959 proprio per conoscere il Picolit prodotto dalla contessa Perusini. Negli anni Sessanta, poi, si cominciò a ragionare sui vitigni autoctoni e a sperimentare il loro recupero. Da qui si alimentò una nuova curiosità anche verso il Picolit.
Dal riconoscimento della DOC alla consacrazione internazionale
Il 1970 rappresenta una svolta nella storia moderna del Picolit: il vino entrò nel disciplinare della DOC Colli Orientali del Friuli, ottenendo per la prima volta una precisa tutela della denominazione e del territorio di produzione. Nello stesso anno nacque il Consorzio di tutela dei vini dei Colli Orientali del Friuli, destinato a svolgere negli anni successivi un ruolo importante nella valorizzazione della viticoltura della zona.
Isi Benini condusse all’inizio degli anni Settanta un lavoro di informazione e di diffusione di notizie su questo vino e sul suo valore assoluto, dedicandogli il primo numero della sua rivista “Il Vino” nel 1971. E infatti gli anni Settanta furono quelli della vera ripresa produttiva. Il Picolit tornò a essere coltivato con maggiore continuità e crebbe l'interesse per le sue caratteristiche agronomiche ed enologiche. Nel 1973 Benito e Giannola Nonino realizzarono inoltre la prima grappa monovitigno di Picolit, contribuendo alla diffusione del nome della varietà anche al di fuori del mondo del vino.
Negli anni Ottanta la valorizzazione cominciò a legarsi sempre più ai singoli territori. Particolare rilievo assunse Cialla, nel comune di Prepotto, dove il Picolit trovò condizioni particolarmente favorevoli. La zona fu progressivamente riconosciuta e valorizzata nell'ambito della denominazione, fino alla definizione della specifica sottozona.
Gli anni Novanta videro il consolidamento della reputazione del Picolit come vino di pregio. La sua produzione rimase necessariamente limitata, ma al tempo stesso, il miglioramento delle tecniche di vinificazione e conservazione permise di valorizzarne maggiormente la struttura, la complessità aromatica e la capacità di evolvere nel tempo.
Un passaggio decisivo arrivò nel 2006, quando il Picolit ottenne la DOCG Colli Orientali del Friuli Picolit. Il nuovo riconoscimento definì con maggiore precisione le aree di produzione, le tecniche colturali e i limiti produttivi, introducendo anche la sottozona Cialla. La vendemmia 2006 fu la prima a fregiarsi della nuova denominazione. Da allora il Picolit ha consolidato la propria posizione tra i vini più rappresentativi del Friuli Venezia Giulia.
Nel corso degli ultimi decenni la produzione ha continuato a puntare sulla qualità più che sulla quantità e oggi il Picolit DOCG rappresenta una delle espressioni più prestigiose della viticoltura friulana.
Bibliografia:
AA.VV. - Il Vino in Friuli Venezia Giulia – Editrice FVG, Udine – Maggio 2008
AA.VV. – Guida ai vini del Friuli Venezia Giulia – C.C.I.A.A. di Gorizia, Pordenone, Trieste, Udine – 2008
Benini, Isi - "II Vino", anno I, n° 1, Udine 1971.
Filiputti, Walter - "Picolit" articolo in "Terre, Vigne, Vini del Friuli V.G.” - Gianfranco Angelico Benvenuto Editore – Udine 1983.
• Viaggio in Friuli Venezia Giulia