di Giorgio De Zorzi
Fin dai tempi più antichi, alla base del Castello, esisteva uno spiazzo degradante dal colle, abbastanza ristretto, dove, qua e là, sorgevano delle casupole che circondavano un'area di libera circolazione.
Dal XIII secolo, le mura della seconda cerchia tagliavano l’attuale piazza tra la colonna con il Leone di San Marco e la Statua della Pace, passando poi fra via Cavour e Via Rialto. Le vie Cavour e Manin erano allora una fossa e, a fianco della colonna, circa dove oggi c’è la fontana, si apriva Porta Aquileia.
La piazza fu ampliata verso sud nel 1171. Una roggia proveniente da Via Rialto passava davanti le case del lato meridionale della piazza scaricandosi nella fossa. Questo piccolo spazio, fino al secolo XVIII, era il luogo di ritrovo dei sensali del vino e prese perciò il nome di “Plàzze dal Vin”, Piazza del vino.
Dopo la metà del 1300, nella piazza ebbe sede la “Domus consilii” o “Domus comunis”. Prima invece il consiglio cittadino si teneva in una casa nella vicina via Manin. Questo spiazzo venne quindi chiamato “Plàzze dal Común” piazza del Comune.
Con l’avvento della dominazione veneziana, il luogotenente Girolamo Contarini nel 1484, volendo abbellire la piazza, l’allargò facendo abbattere alcune vecchie case. Nel 1531 un altro Contarini demolì la diroccata chiesa di San Giovanni distrutta dal terremoto del 1511 e la rialzò col terrapieno per renderlo piano. Fu allora che prese il nome di “Plàzze Contarene”, Piazza Contarena, nome che nel secolo XIX si estese anche alla Plàzze dal vin.
La parte rialzata, durante il dominio austriaco, dicevasi anche “Gran Guardie”, perché c’era un corpo di guardia permanente nei saloni del porticato a sud della chiesa. Infatti in alcune stampe si vede anche rappresentata al centro della piazza una rastrelliera per fucili. Nel 1866, con l’annessione all’Italia, piazza Contarena e la Plàzze dal Vin vennero unificate e intitolate a re Vittorio Emanuele II. Al centro della piazza nel 1883 fu posto il monumento equestre al re, dove fino all’epoca austriaca era posta la “berlina”. Il 12 maggio 1945 avenne imposto il nome di Piazza della Libertà. Il 12 novembre 1947 il monumento a Vittorio Emanuele II venne trasportato nei Giardini Ricasoli.
Definita la più veneziana dopo San Marco, è un piccolo gioiello architettonico al cui fascino non ci si può sottrarre. L’arredamento della piazza si può dire un insieme che una mano felice ha disposto in pochi metri quadrati di superficie. I giganti di pietra, l’arco d’ingresso al Castello che domina dall’alto di un colle, la statua eretta in occasione del trattato di Campoformido, le due colonne, l’una con la statua della Giustizia, l’altra col Leone veneto, e infine, l’elegantissima fontana, sembrano tutti personaggi riuniti in un salotto di inarrivabile armonia, posti fra il rinascimentale Porticato di San Giovanni e la gotico-veneziana Loggia del Lionello, sorvegliati dai due mori che battono le ore sul tetto della torre dell'orologio.
Ci sono numerosi ed interessanti elementi d’arredo presenti in piazza Libertà. Della Loggia del Lionello e del Porticato di San Giovanni viene trattato in due schede apposite.
La Fontana
Posta sul piano rialzato che precede la Loggia di San Giovanni, la fontana risale al Rinascimento e fu costruita nel 1542 insieme a quella di Piazza Matteotti (disegnata da Giovanni da Udine) a conclusione del nuovo acquedotto voluto dal Luogotenente Nicolò Da Ponte e realizzato dall’ingegnere bergamasco Giovanni da Carrara.
Il 12 aprile 1542 il Consiglio Comunale incaricò all’esecuzione della fontana lo scalpellino mastro Cipriano. L’acqua zampillò il 19 maggio dello stesso anno anche se la fontana non era ultimata. L’orgoglio della città emerge dalle severe leggi della città a sua protezione. Non si sa bene chi ne sia il disegnatore. La critica fu divisa tra Giovanni da Udine e il Carrara. Il Bergamini avanza l’ipotesi che sia stato invece l’ignoto Mastro Cipriano a progettarla oltre che realizzarla, compensato con sei scudi d’oro.
Il Porticato di San Giovanni
Sorge nel lato di piazza Libertà che confina con il colle del Castello e si estende dall’arco Bollani sino al limite del terrapieno. Fin dal Trecento, nel luogo dove oggi sorge il Porticato, si trovava una chiesa dedicata a San Giovanni, sede della confraternita dei notai. Nello spazio antistante, un tempo occupato dalle mura, venne a crearsi un luogo di ritrovo e, nella seconda metà del Quattrocento, fece venire al luogotenente Giovanni Emo l’idea di creare una piazza vera e propria e di chiuderla con case e monumenti.
Dopo il terremoto del 1511, la piccola loggia vicina alla chiesa crollò e la chiesa stessa fu gravemente danneggiata. Il duca d’Urbino Francesco Maria I della Rovere, che si trovava a Udine nel 1530 con il compito di studiare le difese orientali del Friuli contro i Turchi, caldeggiò presso il comune il proposito di modificare la piazza. Si cominciò così nel 1531 con la demolizione della chiesa, per continuare con alcune casette adiacenti. Le costruzioni sorgevano su un fondo donato dalla Comunità a Valerio Filippini per alcune benemerenze.
Particolare curioso, non si trovarono operai che avessero coraggio di cominciare la demolizione della chiesa. Poi, testimone una vecchia domestica di Casa Filippini, un certo Zuane Zamoro salì sul tetto e comincio la demolizione, allora altri lo seguirono. Non essendo state interpellate le autorità ecclesiastiche il gesto fu ritenuto non solo illegale ma anche sacrilego e la città venne colpita da interdetto. Né istanze, né spiegazioni, né il dolore generale valsero ad ottenere l’indulgenza, perciò il comune decise nel 1533 di risolvere il problema ricostruendo la chiesa.
L'incarico fu affidato a Bernardino da Morcote, che cominciò i lavori, avendo presente il problema che dal 1527 esisteva la nuova torre dell’Orologio a cui l’edificio doveva appoggiarsi. Ne risultò un’opera ammirevole per la geniale soluzione del suo inserimento nell’insieme della piazza.
Sopraelevato da alcuni scalini, l’elegante Porticato di San Giovanni è costituito da due ali formate da sette archi su esili colonne ed un arco trionfale al centro, che precede la chiesa di San Giovanni. Le ali del porticato hanno entrambe un timpano centrale con sotto un busto di luogotenente, posti nel 1586.
La chiesa fu poi trasformata in Pantheon dei Caduti nel 1920 su progetto di Raimondo D'Aronco. Nell'interno, sotto la cupola, si trova una statua rappresentante la Gloria, opera di Aurelio Mistruzzi, ed un affresco di Enrico Miani. Un elegante cancello di Alberto Calligaris chiude l'ingresso.
Qui un tempo c’era un’ancona di Pellegrino da San Daniele raffigurante i santi Giovanni, Alò e Sebastiano, risalente al 1495, che fu spostata e poi, in seguito, smarrita nel 1798.
Sul muro dell’ala di destra del Porticato, troviamo in alto due busti dei Luogotenenti Pietro Capello (1566) e Carlo Corner (1587) con epigrafi. Ancora, la porta d'ingresso dell'antica sede dell'archivio notarile, con epigrafe, dove venne trasferito l'archivio fin dal 1565. Infatti, la necessità di trovare una nuova sede per l'archivio della città venne evidenziata, con voto unanime, dal Consiglio dei notai. Venne interpellato anche il Palladio, il quale nel 1563 individuò come sede ideale i locali annessi alla Loggia. Vi trovarono posto inoltre la Cancelleria degli astanti e la Camera Fiscale, come ricorda un’altra epigrafe.
Un’altra iscrizione ricorda che nel 1882 il porticato fu ripristinato nel suo antico aspetto a spese dei privati e del Comune. Questo perché dal 1835 al 1866, finché durò l’occupazione austriaca, gli archi vennero chiusi da una cancellata in ferro, che dall’arco centrale si protendeva, come una barricata fino al centro della terrapieno. Qui erano posti due cannoni, ingeneroso monito alla popolazione.
Si chiamava la “Gran guardia” ed ogni giorno montava in servizio una compagnia con bandiere e banda. La rastrelliera per le armi era vicina al tempietto, nell’interno del quale dormivano i soldati del presidio di occupazione. Nel 1917 gli austriaci ritornarono e ripristinarono il “Corpo di guardia” sotto il monumentale porticato, Vi stettero un anno. All’alba del 3 novembre 1918 le prime pattuglie di cavalleria entrarono vittoriose in città e la loggia fu nuovamente liberata.
Nell’ala sinistra si trovano tre busti con epigrafe. Una a Giovanni Battista Cella (1881), opera di Andrea Flaibani: GIOVANNI BATTISTA CELLA / PER / L’INDIPENDENZA E LIBERTÀ D’ITALIA / COSPIRATORE MILITE DUCE / NEGLI ANNI / 1859-60-62-64-66-67 / PRODE FRA I PRODI / N.udine 5 settembre 1837 / M. udine 6 novembre 1879.
Un busto con epigrafe dedicato ad Antonino di Prampero, opera di Aurelio Mistruzzi (1921): ANTONINO DI PRAMPERO / VICE PRESIDENTE DEL SENATO DEL REGNO / PER PATRIE E CIVICHE BENEMERENZE / ALTEZZA D’ANIMO PURITÀ DI VITA / VENERATO / n. 1836 / m 1920
Uno per Gabriele Luigi Pecile, opera di Leonardo Liso (1902) con epigrafe che ricorda la sua elezione a sindaco di Udine, fino a diventare, nel 1866, Senatore del Regno: GABRIELE LUIGI PECILE / DEL BENE PUBBLICO / IN OGNI TEMPO IN OGNI CAMPO / CON LA PAROLA GLI SCRITTI L’OPERA / PROPUGNATORE / N. 1826 / M. 1902
Nell’ala destra del porticato è posta una meridiana di mezzogiorno realizzata dal padre barnabita Francesco Maria Stella ed inaugurata il 10 giugno 1798. È costituita da un disco solare in bronzo con un foro al centro, il quale a mezzogiorno proieta un raggio di sole lungo una linea di metallo che dal pavimento sale sul muro e qui culminare, nel solstizio di inverno, in un punto segnato con l’epigrafe: DECRETO SEPTEMVIRIVM / UTINENSIVM MDCCXCVIII.
La Torre dell’Orologio
La Torre dell’Orologio di Udine sorge dietro il Porticato di San Giovanni. Già dal 1332 in piazza Libertà c’era una torre civica con sotto una specie di loggia, costruita da un certo Francesco Venuto da Nimis, voluta dagli amministratori comunali per permettere ai mercanti di ripararsi dalle frequenti piogge, dal vento e dalla neve.
Nel 1369 Giovanni della Collegiata di Cividale, rinomatissimo costruttore di orologi, si decideva, dopo molte sollecitudini, di fornire un orologio dietro compenso di 35 marche aquileiesi. Lo si realizzò sulla torre, che sorgeva presso la chiesa di San Giovanni, sede della Confraternita dei Notai, con un battitore delle ore, molto in voga nel Veneto di quei tempi.
Era di legno e scolpito alla buona. Bene o male, funzionò fino al 1379 divertendo i cittadini con i suoi battiti. Sorse però una questione morale: il battitore era nudo. Lo si vestì con abiti di pelli di capra e con tanto di cintura d’argento alla vita, per una spesa di 90 denari. L’orologio andò avanti alla meno peggio fra varie riparazioni. In seguito, per volontà del canonico Giovanni, verso il 1394, si costruì un nuovo orologio, ripristinando anche il battitore.
Tre anni dopo Mastro Odorico da Spilimbergo, chiamato appositamente a Udine, venne nominato «governatore dell’orologio» e gli fu accordato uno stipendio di 12 marche annue. L’orologio funzionò abbastanza regolarmente fino al 1470 quando la torre venne distrutta da un incendio. Fu subito ricostruita, ma dal terremoto del 1511 la torre, con l’orologio e la loggia vennero distrutte.
Costruita la nuova torre nel 1527 (utilizzando anche dei resti della precedente) venne posto un orologio che era diviso in ventiquattro parti secondo il modo di contare le ore che era definito "italico", distinto da quello "tedesco" che prevede invece la suddivisione in dodici ore. Questo modo "italico" era idoneo ad una società di tipo rurale, come fu quella friulana. Il sole tramontava alle ore 24 sia d'estate che d'inverno. Questa forma di misurazione del tempo, che fissava la prima ora come quella successiva al tramonto era diffusa, sino all'avvento di Napoleone, in tutti i territori friulani di dominio o cultura veneta.
Il Leone di San Marco che si vede nella torre è l’unico originale veneziano presente nella piazza. Fu salvato, durante l’occupazione francese, coprendolo di mattoni.
Ecco come Antonio della Forza ci riferisce nei suoi diari i cambiamenti portati dall’arrivo degli austriaci: "...dopo l'ingresso et possesso preso dagli Austriaci... fra le altre cose hanno desiderato che l'orologio nostro, primo e maggiore, detto del Palazzo, segni e batta le ore 12 in 12 all'uso tedesco... e dopo il lavoro di molti giorni, oggi domenica oltrescritta 10 giugno [1798] ha cominciato segnare e battere le ore alla sua usanza il mezzo giorno alle 12 et così alle ore 12 la mezza notte". Dal Settecento, le statue che battevano le ore vennero chiamate generalmente “mori”, mentre prima quello a sinistra era detto “italiano” e quello a destra “tedesco”. Altra tradizione vuole che fossero chiamati “Martin" e "Todesc". Ma anche Simon e Danel o Gradine e Baleben.
Nel 1846 il comune stipulò un contratto per la fornitura di un orologio con il carnico Baldassare Pustetto di Ravascletto. Però, dopo che fu istallato si riscontrarono alcuni difetti. Intervennero allora i Solari, storica dinastia di orogiai di Pesariis (in comune di Prato Carnico) che costruivano orologi per le torri campanarie. Il padre Antonio con i figli Giacomo, Leonardo e Giovanni, apporteranno dei corretivi all’orologio per farlo funzionare meglio. Tuttavia le maestranze si accorsero che il meccanismo non era preciso perché risentiva del fatto che le statue erano malandate. Secondo quanto riporta Antonio Picco “Le due statue antiche in legno coperte di lamine di piombo erano assai deperite e qua e là rattoppate, e che le teste, meglio conservate, erano bellissime”.
Fu così affidato a Vincenzo Luccardi da Gemona, nello stesso 1846, il compito di ridisegnare i mori (che saranno più piccoli dei precendenti) e verranno poi realizzati nel 1850 da Angelo Rossetti e Olimpio Cischiutti, udinesi, come si legge sulla spalla sinistra delle due statue. Le statue saranno costituite da lamiere di rame unite da viti in ottone. Saranno poi Francesco Piani e Giovanni Roldo, fabbri ferrai, a realizzare lo scheletro delle statue. L'orologio venne sostituito nel 1852 con quello di Vittorio e Lorenzo Solari.
Con il tempo però l’orologio presentava ancora dei difetti e nel 1923 la cura venne affidata al Regio osservatorio meteorologico che aveva sede allora nel nuovo liceo scientifico “Marinelli”.
Le bombe del 1945 distrussero il quadrante, che venne ricostruito uguale all'originale, assieme ad un riassetto del meccanismo, nel restauro del 1950 per opera delle Officine Martini di Via Cisis a Udine. Per molti anni fu Bruno Lodolo a occuparsi della manutenzione e del restauro dell’orologio, come dopo i danni causati dal terremoto del 1976. Nel 1987 i mori furono smontati dalla torre e restaurati. Nel marzo 2013 fu completato un restauro della Torre dell’Orologio condotto dall’arch. Adalberto Burelli. Nell’ottobre 2014 i mori sono stati oggetto di nuovo restauro finanziato dalla ditta Danieli di Buttrio (UD), sempre condotto dal Burelli.
Arco Bollani
A sinistra del Porticato di San Giovanni, sorge Arco Bollani, che permette l’accesso al Castello. L'arco fu eretto nel 1556 ad onore del luogotenente Domenico Bollani, da cui poi prese il nome, e a ringraziamento per la cessazione di un'epidemia di peste.
Arco Bollani è un’opera documentata dell'architetto Andrea Palladio e costituisce il suo esordio in Friuli. Lo volle con un bugnato rustico con una trabeazione scolpita nella parte sovrastante. Sette anni più tardi lo stesso Palladio sistemò la strada che conduce all'arco e al castello, per un migliore raccordo estetico con la piazza. Sempre nel 1556 sopra l’arco venne posto il leone alato di San Marco. I Francesi il 27 maggio 1797 lo tolsero e lo portarono in patria. Questo venne ripristinato, dopo alcuni tentativi, nel 1953, approfittando dei lavori di restauro che si stavano operando all’arco, lesionato duramente da un bombardamento inglese nella Seconda Guerra Mondiale. Questo leone di San Marco è una pregevole opera di Emilio Caldana, il quale la trasse da un blocco di pietra di tre metri cubi. Pesa 35 quintali, venne posto sull’arco la sera del 6 luglio.
Sulla destra dell’arco si trovano delle epigrafi a memoria dei patrioti Pietro Gritti e Giacomo Grovich, fucilati nella repressione voluta dal Governatore Radetzky, dopo i moti del 1848.
Statue di Ercole e Caco
Due tra gli elementi più caratteristici dell’arredo di Piazza Libertà a Udine, si trovano sul bordo del terrapieno, di fronte alla loggia del Lionello: le statue di Ercole e Caco. Popolarmente chiamate rispettivamente Floreàn e Venturìn, all'origine erano l’ornamento all'ingresso di palazzo dellla Torre o Torriani, che era uno dei più bei palazzi, se non il più bello, della città ed era posto nell’attuale piazza XX settembre. Venne raso al suolo nell’agosto del 1717 quando il conte Lucio Antonio della Torre (1696-1723) venne condannato a morte per i suoi numerosi delitti e tutti i suoi beni furono confiscati. Le due statue vennero trasportate in piazza Libertà per volontà del Comune di Udine, come monito alla popolazione.
Del trasporto si incaricò un certo Maurizio Baroffi o Barossi, con un carro trainato da sei paia di buoi, per il compenso di 95 ducati. Il 27 agosto 1717 fu trasportata la statua di Ercole e posizionata a Nord, mentre il 2 settembre quella di Caco e posizionata a Sud. Forse furono un po’ danneggiate nel trasporto, visto che nel 1718 venne incaricato lo scultore Simone Paviotti di provvedere ad alcuni restauri. Le due statue recano ai basamenti una scritta: LVCII. SIGISMVNDI / AC. VNIVERSAE. A. TVRRE / VALLIS. SAXINAE. GENTIS / VRBI. HVIC. ET. LOCO / MVNVS. AETERNVM / MDCCIIC (Di Lucio Sigismondo e di tutta la famiglia della Torre della Valle Sassina, dono perpetuo a questa città e a questo luogo).
Come si vede, questa scritta venne posta nel 1798, dopo la caduta della Repubblica Veneta, quando la famiglia della Torre ritornarno ad avere un ruolo importante in città, visto che facevano parte della nobiltà imperiale austriaca. Però, già durante l’occupazione francese, il discendente Lucio Sigismondo della Torre (1715 - 1804) fece causa alla municipalità di Udine, per ottenere la restituzione delle statue. Vinta la causa, le ridonò alla città, a patto che fosse posta questa scritta, volendo riabilitare il casato e lasciare intendere ai posteri che fossero uno spontaneo dono perpetuo alla città da parte di Lucio Sigismondo, munifico signore del casato della Torre e Valsassina.
Le due statue, Ercole e Caco, personaggi mitologici, protagonisti in particolare della decima fatica di Ercole, narrata da vari autori, tra cui, su tutti, Virgilio, nel VI libro dell’Eneide. Personalmente ritengo che Ercole e Caco siano rispettivamente rappresentati dalle statue a sinistra e a destra, in controtendenza alle descrizioni più diffuse. Tuttavia, se la statua di sinistra ha inequivocabilmente gli elementi iconografici erculei (la pelle di leone e una clava che era tenuta nella mano destra, che in seguito fu spezzata), è anche vero che la statua di destra ha la posa tipica dell’Ercole farnese. Da qui, c’è chi ipotizza che possa trattarsi di due statue di Ercole.
Sono opere, realizzate in pietra di Aurisina, attribuite da lungo tempo allo scultore padovano Angelo de Putti attivo nel XVIII secolo. Tuttavia un inventario del 1670 (quando il de Putti non era ancora nato) riporta dei disegni di palazzo della Torre in cui si vedono le due statue, citate come opera del Sansovino e designati genericamente come “giganti”. Vincenzo Joppi in un articolo della rivista Pagine Friulane (n. 8 del 1890 – 124-126) riporta già queste notizie, confermate anche più recentemente da Marisanta Di Prampero De Carvalho (2005) e successivamente divulgate da Antonella Favaro.
In origine le statue erano con gli attributi bene in vista. Si dispose però, dopo che furono poste nella piazza, che venissero istallate delle conchiglie in ferro per motivi di pubblico pudore. Sembra che all’arrivo dei Francesi queste placche metalliche siano state rimosse, come conferma anche Paolo Foramitti, in un suo articolo che cita il diario del Generale Desaix. Nuovi restauri si resero necessari nel 1812, quando un piedistallo venne sostituito dall’artigiano Michele Zuliani. In seguito, le coperture furono riproposte, come testimoniano alcune foto sul finire dell’Ottocento. E sempre le testimonianze fotografiche ne mostrano la presenza ai giorni della Prima Guerra Mondiale e sino alla presenza a Udine del comando italiano (ma nel 1916 una poesia di Vittorio Vittoriello, tuttavia, allude ancora alla nudità delle statue).
Dopo la rotta di Caporetto, sulla piazza vennero ammassati i prigionieri e le foto che documentano l’evento mostrano come queste conchiglie metalliche non ci fossero più. Successivamente, in epoca fascista, si discute della questione, pensando a dei grembiuli metallici, ma non se ne fece nulla. Mario Blasoni riporta in un suo articolo che tra gli effetti del bombardamento del 29 dicembre 1944, per una bomba caduta dietro la statua della Pace, ci furono, tra gli altri, danni ad una statua. Poco dopo, pare che anche dei coscritti infierirono sulle statue, danneggiandolea.
Titute Lalele, nome d’arte di Arturo Feruglio, ricorda sul suo Avanti cul brun del 1948, che una di queste “cuviardoriis” fu rinvenuta nella soffitta di palazzo Bartolini e poi conservata nel civico Museo, assieme ad altre parti danneggiate nei secoli. La questione fu risolta nel 1952 con l’apposizione di una foglia di fico in pietra, ad opera dello scultore Giovanni Bulfone. Le statue sono state restaurate dal Comune con il contributo del FAI nel 1991-92, provvededendo ad una pulitura dallo smog e ad altri lavori. La Sovrintendenza volle rimuovere anche la copertura. Ma rimossa la foglia di fico, si vide che nulla c’era più da coprire e così le statue sono restate come oggi le vediamo.
Le Colonne
Due colonne marmoree sono presenti in Piazza Libertà.
Quella con il Leone di San Marco, fu eretta sotto il governo del luogotenente Gabriele Venerio il 15 novembre 1539 ed è chiamata colonna magna. Quando Udine venne occupata da francesi, il 25 maggio 1797, il generale Bernadotte emanò la seguente ordinanza: “Tutte le Municipalità faranno atterrare il leone di San Marco. Se non lo faranno saranno riguardate come ribelli”. L’ordine venne eseguito anche a Udine due giorni dopo, anche per il meno patriottico intento di portare via i due grossi brillanti che erano posti negli occhi del leone alato. Il 7 agosto 1883, dopo delibera comunale e con solenne cerimonia, la colonna riebbe il suo leone scolpito in pietra piasentina da Domenico Mondini di Nimis su disegno del pittore Giovanni Masutti.
L’altra colonna è del 1612, con la statua della Giustizia di Girolamo Paleario (1614), ricorda che fino alla metà dell’800 si eseguivano nella piazza punizioni esemplari. La statua è volutamente rivolta verso il luogo di riunione del Consiglio Comunale ed è posta alla stessa altezza della Sala Consigliare. La sua funzione di ammonimento è ribadita dalla scritta sul basamento "Discite iustitiam moniti" (imparate dal monito della giustizia) (Virgilio, Eneide, VI. 620). Su un lato del basamento un'epigrafe per il luogotenente Michele Foscarini.
Statua della Pace
Sul lato nord di piazza Libertà troviamo la Statua della Pace, opera dello scultore Giovan Battista Comolli (Valenza, 19 febbraio 1775 – Milano, 26 dicembre 1831), professore di scultura all’Accademia Albertina di Torino, mentre il basamento con panoplia è opera di Michele Zuliani o Giuliani detto il Lessani.
Le ricerche di Giovanna D’Amia evidenziano bene la sua singolare storia. Napoleone Bonaparte nel 1806, durante il Regno Italico Francese, espresse la volontà di erigere sette monumenti nei luoghi più significativi della sua campagna d’Italia del 1796-97: Lodi, Castiglione delle Stiviere, Rivoli, Arcole, S. Giorgio di Mantova, al Tagliamento e un luogo tra Palmanova e l’Isonzo. Tale proposito venne comunicato per lettera il 22 giugno 1806 al figliastro Eugenio di Beauharnais, viceré del Regno Italico e questi lo tradusse in fatti con il decreto del 28 luglio 1806, inviato per l’esecuzione al ministro della Guerra, il generale francese Marie‑François Auguste de Caffarelli du Falga.
Il decreto prevedeva per ciascun monumento una spesa di 20.000 lire napoleoniche. Il Caffarelli, tramite il ministro dell’interno Ludovico Di Breme diede incarico all’Accademia di Belle Arti di Brera di rivolgersi ai «più valenti e rinomati architetti, e professori del Regno». In particolare per il monumento per commemorare la battaglia di Valvasone o del Tagliamento (16 marzo 1797) fu fatta richiesta ad Antonio Diedo, mentre il monumento sull’Isonzo fu prospettato a Giannantonio Selva, entrambi membri dell’Accademia di Venezia.
Però questa prima ipotesi d’incarico non ebbe seguito preciso, per interferenze del ministero della Guerra. Per il monumento del Tagliamento nella primavera del 1807 fu dapprima approvato un disegno di Luigi Canonica, ma poi gli fu preferito un progetto del Lessani, scultore udinese, che si era messo in luce in quell’anno per aver costruito a Campoformido un occasionale Arco di Trionfo in stile romano in previsione dell’arrivo di Napoleone, in quanto in quell’anno cadevano i dieci anni dal trattato di Campoformico.
Lessani optò per una colonna dorica eretta su un piedestallo cubico, con un’epigrafe tra due fasci littori, e sormontata da un globo con un’aquila ad ali spiegate che tiene fulmini tra gli artigli, il tutto per un’altezza di quasi venti metri. I contratti furono firmati il primo settembre 1808 e oltre al Lessani, impegnavano il capomastro Francesco Pederoda per le fondamenta, il fonditore Romano Colbacchini per l’aquila di metallo e il fabbro Domenico Castellano per la catena in ferro intorno alla colonna. L’arrivo temporaneo degli Austriaci in Friuli per la guerra con la Quinta coalizione, impedirono l’inizio dei lavori.
Anche il monumento per l’Isonzo era in attesa. Nel frattempo infatti era subentrata l’idea di costruire una grande statua della pace per commemorare il Trattato di Campoformio (17 ottobre 1797). Per questo monumento furono valutati due disegni di Luigi Voghera, architetto del genio militare, che propose anche un modello nel 1809. Nel gennaio 1811, venne deciso di porre la statua a Campoformido, in piazza, di fronte alla pretesa casa della firma (in realtà non fu firmato a Campoformido), dove già il 29 ottobre 1807 era stata collocata una lapide commemorativa. La realizzazione verrà commissionata al Comolli. Il Lessani realizzaerà il piedestallo cilindrico in pietra di Aviano decorato con panoplia. Questi nel 1818 sarà incaricato anche di una relazione.
Dopo la sconfitta di Lipsia del 19 ottobre 1813 e la caduta di Napoleone, l’Austria subentrò alla Francia nel governo del Friuli e fece interrompere i lavori.
Nella primavera del 1818, il Podestà di Udine, conte Filippo di Colloredo, sapendo che il prefetto provvisorio austriaco, conte Luigi di Savorgnan aveva chiesto l’autorizzazione a trasportare la statua a Udine e che il monumento a Campoformido aveva subito dei danni, ordinò il il suo trasferimento nel capoluogo, incaricando del trasporto Bertrando del Torre, proprietario della casa detta oggi “del trattato”. Valentino Presani ne decise la collocazione, progettando il basamento e facendolo realizzare da artigiani di Gemona del Friuli. Il monumento misura in altezza metri 6,55.
La Pace è seduta col braccio destro poggiato su una corazza, a sinistra, a terra ci sono un elmo e una cornucopia. Dietro, fra due fasci consolari, simbolo della pace affidata alle leggi, due scudi riuniti: uno con l’aquila imperiale della Francia, l’altro con l’aquila bicipite dell’Austria, a rappresentare l’alleanza tra le due potenze.
Autore dell’iscrizione commemorativa, situata nel quadro prospiciente il lato sud del monumento, è l’abate Stefano Antonio Morcelli. La statua della pace fu solennemente inaugurata il 18 dicembre 1819.
Bibliografia:
Buora, Maurizio - Guida di Udine; 1986; Lint, Trieste.
D’Este, Simonetta - I Mori svelano la firma di chi li creò; Messaggero Veneto del 22/10/2014.
De Zorzi, Romano - Udine Millenaria; 1983; A.F.A. Pubblicità, Udine.
Viaggio in Friuli Venezia Giulia - AFIP